Pagelle Sanremo 2026 Serata Duetti: tanto mestiere, poche scintille

Pagelle Serata Cover Sanremo 2026

Le nostre pagelle complete della Serata Duetti al Festival di Sanremo 2026: cosa ha funzionato davvero, cosa no e perché una gara che non pesa cambia anche il modo di stare sul palco.

 

La serata delle cover è da sempre uno dei passaggi più attesi del Festival di Sanremo. È il momento in cui i Big mettono in pausa il proprio brano in gara per confrontarsi con la memoria collettiva: classici italiani e internazionali, duetti generazionali, riletture più o meno radicali.

Trenta esibizioni, incastri costruiti per emozionare, sorprendere o semplicemente intrattenere. È la serata in cui non basta cantare bene — bisogna avere un’idea. Perché quando affronti una canzone che non è tua, non puoi nasconderti dietro la scrittura: devi dimostrare visione.

Da quando il risultato della cover non viene più sommato alla classifica generale del Festival, però, qualcosa si è spostato. È un premio a sé, un capitolo che non incide sulla corsa finale. E quando la posta in gioco non pesa davvero, il rischio è che anche l’urgenza creativa si abbassi di qualche grado.

Nella serata di Venerdì, meritatamente vinta da Ditonellapiaga e TonyPitony, si è visto di tutto: operazioni intelligenti, tributi rispettosi, momenti televisivi riusciti e tentativi rimasti a metà. Ma proprio perché la cover è il terreno più libero della settimana, la differenza tra intrattenimento e interpretazione si è sentita tutta.

 

 

Le nostre Pagelle della serata Duetti

 

Elettra Lamborghini con Las Ketchup – “Aserejé”

Attinenza artistica? Totale. Estro? Abbondante. Follia? Quanto basta. E zac, il balletto per TikTok è già servito caldo.

È una scelta furba, perfettamente coerente con il personaggio e con l’idea di trasformare l’Ariston in una festa collettiva. Nessuna pretesa di rivoluzione musicale, solo intrattenimento dichiarato e consapevole.

Non c’è un vero “voto” da dare alla performance, perché non sta giocando quella partita lì. Sta giocando quella del momento virale, del coinvolgimento, della caciara ben organizzata.

E per quello, grazie.
Ci hai regalato un momento leggero. E ogni tanto, serve anche quello.

 

Eddie Brock con Fabrizio Moro – “Portami via”

Il brano è stupendo, davvero. E Fabrizio Moro è sempre lui: personalità enorme, timbro riconoscibile al primo respiro, quella verità che non si può imitare.

Eddie Brock, rispetto alla sua esibizione solista, è molto più misurato. Più dentro al pezzo, meno esplosivo, più concentrato. E questo gli fa bene.

Però, nonostante tutto, il risultato non brilla per memorabilità. Funziona, emoziona nel momento, ma non accende quella scintilla che trasforma una buona performance in un passaggio storico.

C’è qualità, c’è intensità.
Manca solo quel dettaglio che fa dire: “ok, questa me la ricorderò tra anni”.


Mara Sattei con Mecna – “L’ultimo bacio”

Bellissima vocalità, davvero. Qualità, controllo, capacità interpretativa: Mara qui è centrata e finalmente pienamente dentro al pezzo.

L’intervento di Mecna aggiunge una prospettiva diversa, intensa, credibile. Non è un featuring messo lì per fare numero: è un dialogo vero che amplia il senso del brano.

Il risultato è efficace ed emozionante. E soprattutto offre una visione più matura e completa di ciò che può essere in prospettiva Mara Sattei oggi.

Se questa è la direzione, è una direzione di spessore. E finalmente con un’identità più definita.


Patty Pravo con Timofej Andrijashenko – “Ti lascio una canzone”

Artisticamente è una coppia che sa di leggenda. Carisma, storia, presenza scenica che da sola basterebbe a riempire un teatro.

Però la resa canto + coreografia, televisivamente parlando, resta a metà. L’idea è interessante, ma l’equilibrio tra interpretazione e movimento non si incastra del tutto. Sembra quasi che uno dei due linguaggi finisca per limitare l’altro.

Forse non è il palco giusto per un’operazione così delicata, che avrebbe bisogno di uno spazio più intimo o di una regia più immersiva.

Va tutto bene, è un bel momento.
Ma resta lì. Suggestivo, non memorabile.

 

Levante con Gaia – “I maschi”

Due voci con personalità forti che si incontrano. Sulla carta, potenziale altissimo.

Non è però la migliore rielaborazione che abbiamo ascoltato di questo brano. A dire il vero, non è proprio una rielaborazione: è più l’effetto “due grandi artiste al karaoke”, detto con affetto e senza alcuna offesa. Si divertono, si cercano, ma non riscrivono davvero il pezzo.

La cosa interessante è che Levante, forse proprio perché meno “coinvolta emotivamente” rispetto ai suoi brani, si lascia andare di più. E lì esce quella vocalità più istintiva, quell’energia meno controllata che conosciamo bene.

Quello che resta è una grande sensualità scenica.
E la censura Rai per un bacio rubato che, paradossalmente, è stato il momento più rock di tutta l’esibizione.

Malika Ayane con Claudio Santamaria –  “Mi sei scoppiato dentro il cuore”

Malika ha una voce che in Italia – e non solo – è merce rarissima: qualità, riconoscibilità timbrica, precisione chirurgica e un’intensità che non ha bisogno di essere spinta.

Il duetto con Santamaria però lascia un po’ perplessi. Con tutta la simpatia e la stima per l’attore, qui il suo contributo non aggiunge un vero livello musicale o narrativo al brano. Resta un’idea interessante sulla carta, meno incisiva nella resa.

Non è una questione di presenza scenica, è proprio di funzione artistica. Poteva essere pensato meglio, costruito in modo più integrato, magari sfruttando davvero la sua cifra espressiva.

Così com’è, sembra un’occasione solo parzialmente colta. Malika resta impeccabile. Il duetto, un po’ meno necessario.

 

Bambole di Pezza con Cristina D’Avena – “Occhi di gatto”

Momento epico, di quelli che restano negli annali del Festival: hard rock che incontra le sigle dei cartoni animati. Sulla carta è oro puro.

L’effetto però è centrato a metà. Cristina spacca, con quella naturalezza disarmante che trasforma qualsiasi cosa tocchi in momento collettivo. È coinvolgente, sicura, perfettamente dentro al gioco.

Le Bambole di Pezza, invece, vocalmente sono state eccellenti nel brano dei Led Zeppelin: potenza, coesione, attitudine. Nella cover di Occhi di Gatto però risultano più opache, meno incisive, quasi trattenute. E questo ridimensiona – non poco – l’assist clamoroso che un pezzo del genere poteva offrire.

 

Dargen D’Amico con Pupo e Fabrizio Bosso – “Su di noi”

Ecco cosa significa essere popolari senza essere banali. Prendere un classico della musica melodica italiana e rileggerlo con rispetto ma senza riverenza cieca.

Qui c’è tutto: contenuto, estro, una sana dose di nazionalpopolarismo consapevole. Non è nostalgia fine a sé stessa, è rilettura intelligente.

Pupo porta la tradizione, Bosso mette classe e respiro, Dargen aggiunge visione e contemporaneità. Non è un mash-up casuale, è un dialogo tra epoche.

Intelligenza e talento allo stato puro.
Quando la cultura pop viene trattata così, non è intrattenimento. È patrimonio che si rinnova.

 

Tommaso Paradiso con Stadio – “L’ultima luna”

L’incontro che aspettavamo da anni: Tommaso Paradiso e Gaetano Curreri. Maestro e allievo sullo stesso palco, stesso microfono, stessa storia che si incrocia.

L’idea è forte, quasi simbolica. E si vede il rispetto, si sente il divertimento, c’è affetto musicale vero.

Però in questa cover l’allievo non supera il maestro. Lo celebra, lo accompagna, lo omaggia. Ma non aggiunge una prospettiva nuova, non rischia una rilettura personale che faccia dire “Ok, questa versione ha senso oggi”.

È un bel momento.
Ma poteva essere pensato con più coraggio. Perché quando hai un’occasione così, limitarti al tributo è un po’ poco.

 

Michele Bravi con Fiorella Mannoia – “Domani è un altro giorno”

Il brano è commovente per definizione. Di quelli che basterebbe nominare per avere mezzo pubblico già con gli occhi lucidi. E infatti le aspettative erano altissime. Mah… la musica però non è mai un’equazione prevedibile.

La versione portata all’Ariston è molto elaborata. Troppo. I cambi armonici inseriti per “rileggere” il pezzo finiscono per togliere peso e concentrazione emotiva, dando uno slancio al ritornello che spezza più che amplificare.

La sensazione è che si sia lavorato più per evitare la copia dell’originale che per capire come tributare davvero Ornella Vanoni senza appesantire la narrazione con orchestrazioni non necessarie.

C’è rispetto, c’è intenzione, ci sono due grandi interpreti.
Ma quando l’emozione è già così forte, forse la cosa più rivoluzionaria è non toccarla troppo.


Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & Band –“Vita”

Pietro cala l’asso: brano del padre, con Gianni alla voce. Padre e figlio sul palco. Già solo questo vale il biglietto. Emozione vera, simbolo potente.

Ci voleva. Davvero.

Però se andiamo oltre la cartolina, il risultato non è il massimo di quello che si poteva raggiungere. L’idea di rileggere la tradizione con una parte rappata è giusta. Ma va fatta con naturalezza. Qui il flow è apparso poco fluido, un po’ rigido, spezzato. Non scorreva, inciampava.

Anche il groove poteva essere pensato diversamente, dare un assist più generoso a Pietro invece di lasciarlo in una terra di mezzo.

E poi c’è un dato inevitabile: il cantato di Pietro non è ancora credibile come quello del padre. Non per talento, ma per maturità.

Il risultato è bello ma non balla.


Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas – “Il mondo”

Sulla carta poteva spaccare. Tre mondi affini, tre scritture riconoscibili, una combinazione potenzialmente esplosiva.

Però qualcosa non si incastra. Brunori, in questo contesto, non aggiunge davvero un livello ulteriore. Non è la sua tonalità, non è la sua comfort zone vocale, e si sente. Non brilla, resta un passo indietro.

La parte simil parlata/rap prova a spostare l’asse, ma finisce per portare tutto su una dimensione un po’ hippie-intellettuale che non incide davvero sul brano. Non lo eleva, non lo trasforma.

E il problema più grande è questo: mentre ne parli, l’esibizione già sfuma. Non resta un’immagine, un momento, una frase.

C’erano gli ingredienti per fare qualcosa di memorabile.
È rimasto un buon tentativo.

 

Fulminacci con Francesca Fagnani – “Parole Parole”

Da Filippo una mezza trashata così non ce l’aspettavamo. Davvero.

La performance non è centrata: non la canta bene, né per intenzione né per intonazione. Sembra più un momento da festa privata che un’esibizione pensata per l’Ariston.

E la presenza della Fagnani? Spiazzante. Non si capisce bene il ruolo, la funzione, il senso scenico. Ok, se fosse il mio compleanno e mi salisse sul palco sarei felicissimo. Ma qui siamo al Festival.

Ci si aspettava un guizzo ironico intelligente, magari una rilettura tagliente. Invece resta un episodio curioso, poco credibile, che non valorizza davvero nessuno dei due.

Ogni tanto il rischio paga.
Qui, un po’ meno.

 

LDA & AKA 7EVEN con Tullio De Piscopo – “Andamento lento”

Buona esibizione, senza troppi giri di parole.

Tullio De Piscopo è un esempio di vita prima ancora che di musica. Presenza enorme, ritmo nel sangue, uno di quelli che entra e riempie lo spazio senza fare rumore inutile.

E questi due ragazzi stanno vivendo l’esperienza nel modo giusto. Si godono ogni minuto su quel palco, non si scavalcano, non fanno a gara a chi canta più forte. Si ascoltano. E questa è già maturità.

La cosa bella è che Tullio, pur essendo un gigante, è generoso. Non oscura, non schiaccia. Condivide. E regala un momento importante a due artisti che in questo Festival stanno facendo bene, con intelligenza.

Qui non c’è solo performance.
C’è passaggio di testimone fatto con rispetto.

Raf con The Kolors – “The riddle”


Momento più televisivo che musicale. E non è per la canzone, che resta una composizione bellissima e con una sua storia importante.

Il punto è che questa versione non esalta davvero nessuno dei due. Non valorizza il timbro di Raf come potrebbe, non mette i The Kolors nella loro zona di comfort. Restano entrambi un filo trattenuti, come se il pezzo non appartenesse del tutto a nessuno dei due.

Paradossalmente, a brillare di più sono la coreografia e i performer intorno. L’impianto scenico prende il sopravvento e la musica finisce un passo indietro.

È un bel momento da guardare.
Meno da ricordare per quello che si è sentito.

 

J-Ax con Ligera County Fam – “E la vita, la vita”

Momento nostalgia dichiarata. “La vita è bella”, il pezzo pure. È uno di quei brani che ti riporta subito a un’epoca precisa, con un sorriso automatico stampato in faccia.

La versione proposta sul palco del Festival però convince a metà. L’energia c’è, l’affetto pure, ma manca quel guizzo che trasformi la celebrazione in qualcosa di vivo, attuale.

Funziona per il ricordo, meno per l’impatto.
Bel tuffo nel passato. Meno brillante nel presente.

 

Ditonellapiaga con TonyPitony – “The lady is a tramp”

Momento sospeso tra ironia, celebrazione e qualità vera. Senza prendersi troppo sul serio – ma prendendo molto sul serio la musica – i due affrontano un repertorio difficilissimo con coraggio.

L’arrangiamento è tutt’altro che scontato: elaborato, ricco, mai banale. E soprattutto eseguito senza una sbavatura. Precisione, interplay, presenza scenica. Si divertono, ma con controllo totale. Tony Pitoni dimostra che dietro all’ironia c’è tantissima qualità

Siamo onesti: l’ombra di Lady Gaga su questo brano è inevitabile e resta inarrivabile. Però qui non si tratta di competere, si tratta di costruire un’identità.

E per il percorso che Margherita sta disegnando in questo Sanremo, questa scelta è coerente.

10 e lode? Quasi.
Ma l’idea artistica regge.

 

Enrico Nigiotti con ALFA – “En e Xanax”

Con i brani di Bersani spesso basterebbe pronunciare il titolo e dire: Game, Set, Match. Ma proprio per questo sono difficilissimi da riproporre in modo credibile. Sono canzoni che vivono di equilibrio millimetrico tra parola e fragilità.

Non era facile. E loro ci si sono avvicinati molto.

Nigiotti ha una vocalità importante, calda, comunicativa. Alfa è intelligente, brillante, sa stare dentro al testo senza banalizzarlo. Il mix tra i due funziona, non è forzato.

Quello che manca è quell’intensità pregna e urgente che il brano originale porta con sé quasi in automatico. Qui resta tutto un filo più controllato, più educato.

È una buona versione.
Ma per un pezzo così, “buona” non basta per far tremare le sedie.

 

Serena Brancale con Gregory Porter e Delia – “Besame Mucho”

Benvenuti alla masterclass di canto jazz del Festival di Sanremo. Tecnica ovunque, controllo totale, fraseggi impeccabili. Livello altissimo, nessuna sbavatura.

Il problema? La canzone parla di urgenza, di amore davanti all’incertezza del futuro. È una confessione, quasi un grido elegante. Qui invece abbiamo assistito a un’esecuzione perfetta… ma emotivamente asettica.

Zero pathos, zero trasporto. Tutto bellissimo da ascoltare, poco da sentire nello stomaco. È come se l’estetica avesse preso il sopravvento sul senso.

Ottimo gusto, ottima scuola, grandi interpreti.
Ma l’amore, quello urgente e necessario, è rimasto fuori dalla porta.

 

Sayf con Alex Britti e Mario Biondi – “Hit the Road Jack”

Bella gatta da pelare per Sayf: duettare con due mostri sacri come Britti e Biondi non è proprio un karaoke tra amici.

E invece regge botta. Eccome se regge. Non si fa schiacciare, non si nasconde. Si sente che dietro la giovane età c’è ascolto, musicalità vera, sostanza. Non è una fiammata da hype passeggero.

Il palco diventa una festa, non un “festino bilaterale”. E Sayf fa il maestro di cerimonia con naturalezza, senza strafare.

Più che una semplice cover, è stata la rivelazione di un lato diverso del suo percorso sanremese. Più groove, più sicurezza, più consapevolezza. E suona anche la tromba.

 

Francesco Renga con Giusy Ferreri –  “Ragazzo solo, ragazza sola”

Devo essermi perso qualcosa nella vita, perché questa versione italiana di Space Oddity me l’ero proprio persa. E non so nemmeno se fosse un male.

Le voci di Francesco e Giusy si fondono bene, questo sì. Timbri diversi ma compatibili, presenza scenica solida. Però ho avuto la sensazione che cantassero “troppo”. Troppa intensità continua, interpretazione poco onirica.

Il brano originale vive di sfumature, chiaroscuri, sospensioni, silenzi che pesano quanto le parole. Qui invece tutto è un filo più lineare, più pieno, meno sottile. Manca quel balance ricercato che rende la canzone magnetica.

Non è stata una brutta esibizione, per carità.
Ma nemmeno una di quelle che mi fa dire: “ok, la riascolto subito”.

 

Arisa con Coro del Teatro Regio di PARMA – “Quello che le donne non dicono”


Bella esibizione, intensa, costruita con intelligenza. L’arrangiamento corale è elaborato ma mai gratuito, eseguito in modo incredibile, e regala una prospettiva emotiva diversa a un classico che pensavamo di conoscere a memoria.

Qui il coro non è contorno: è architettura. Sostiene, amplifica, crea profondità. E si percepisce anche dalla sala stampa. Possiamo solo immaginare cosa si sia sentito in teatro.

Arisa? Vocalità assurda. Controllo totale, potenza e delicatezza nella stessa frase. Non si limita a cantare il brano: lo attraversa.

È uno di quei momenti in cui tecnica ed emozione finalmente camminano insieme.

 

Samurai Jay con Belén Rodríguez e Roy Paci – “Baila Morena”

Non ho ben capito cosa sia successo su quel palco. Sembrava la festa di fine liceo con budget Rai.

Carino? Sì. Misurato? Assolutamente no. Ma su un brano così, in fondo, ci può anche stare. È una canzone che nasce per essere sudata, non analizzata.

L’intervento di Belén è più un elemento scenico che musicale: aggiunge un pizzico di chill, di glamour, di “ok stiamo facendo show”, più che un reale contributo sonoro.

Roy Paci invece è sempre una garanzia. Entra, suona, sistema le cose. Professionista vero.

Non è stato un momento storico.
Ma è stato un momento. E a volte basta quello.

 

Sal Da Vinci con Michele Zarrillo – “Cinque giorni”

Brano nazionalpopolare per definizione. Roba da real book della canzone italiana, di quelli che se li tocchi male ti scotti.

La coppia però, dispiace dirlo, non funziona come dovrebbe. La tonalità non aiuta Sal Da Vinci, che finisce per essere completamente eclissato dalla potenza vocale di Zarrillo. E quando in un duetto uno dei due sparisce, l’equilibrio salta.

Non manca il sentimento, non manca la dedica. Quello c’è, ed è sincero. Manca però la scelta strategica: cucire addosso all’artista Sal Da Vinci  un brano così carico di storia e tecnicismo è un’operazione delicatissima.

Qui l’intenzione è giusta. La misura, un po’ meno.

 

Fedez & Masini con Stjepan Hauser – “Meravigliosa Creatura”

L’idea, sulla carta, funziona. Armonia riscritta, struttura rielaborata, parti cucite addosso e ottimizzate per l’artisticità di Fedez e Masini. C’è coraggio, c’è studio, il concept è chiaro.

Non è una cover pigra. È un’operazione pensata.

Però il testimone emotivo che lascia questa versione è particolare. Intensa, sì. Ma inquieta. C’è una tensione costante, una vibrazione quasi nervosa che attraversa tutto il brano.

E qui nasce il dubbio: “Meravigliosa Creatura” dovrebbe essere un inno luminoso, un’apertura, una dichiarazione quasi solare. L’inquietudine non dovrebbe essere il sentimento dominante. Dovrebbe comunicare l’opposto.

È una versione forte, personale ma emotivamente fuori asse rispetto all’anima originale del pezzo.

 

Ermal Meta con Dardust –  “Golden Hour”

Duetto tra due personalità artistiche vere. Due esploratori, ognuno nel proprio modo: Ermal con la parola e la struttura, Dardust con il suono e la costruzione atmosferica.

Il risultato è credibile, sia nell’elaborazione che nell’esecuzione. Non è un incontro casuale, ma un dialogo tra visioni. L’arrangiamento ha profondità, la dinamica cresce senza forzature, l’interpretazione resta centrata.

L’impatto è suggestivo, quasi cinematografico.
Non è il momento più urlato della serata, ma è uno di quelli che crea spazio e lo riempie con eleganza.

 

Nayt con Joan Thiele – “La canzone dell’amore perduto”

Coppia molto interessante. Due anime artistiche che, sulla carta e anche un po’ nei fatti, potrebbero generare qualcosa di davvero potente insieme.

In questa versione non è esploso tutto il potenziale, anche se – va detto – hanno fatto molto meglio di tanti altri, e nonostante la giovane età hanno mostrato una maturità notevole.

L’intensità era percepibile, centrata, mai fuori fuoco. Forse manca un filo di vita, di slancio, di rischio emotivo che renda il tutto meno contemplativo e più necessario.

Ma c’è una cosa che resta forte: l’introspezione condivisa. Quella sì, è autentica. E diventa un faro per tanti giovani artisti che cercano un modo serio, non gridato, per stare su un palco così.

Bravi. Davvero.

 

Luchè con Gianluca Grignani – “Falco a metà”

Questo brano lacera l’anima ogni volta. È un capolavoro, punto. Ha una fragilità e una tensione che non perdonano.

L’idea di alternare la parte melodica di Grignani con quella più rappata di Luché è intelligente. Sulla carta funziona: due linguaggi diversi che si parlano.

Il problema è che sembrano non essersi mai incontrati davvero. Non alle prove, non sul palco. Non è una questione di resa musicale – quella c’è – ma di interazione. Manca lo scambio di sguardi, di respiri, di intenzione condivisa.

Sono due linee parallele che scorrono bene, ma non si intrecciano.
E con un brano così, l’intreccio emotivo è tutto.

 

Chiello con maestro Saverio Cigarini – “Mi sono innamorato di te“

L’attitudine c’è. Anzi, ci sarebbe tutta. Il sentimento è giusto, l’intenzione pure.

Il problema è che qui è tutto un po’ più grande di lui. Il brano, la storia che porta, il peso simbolico. E quando affronti un pezzo così, o lo domi o ti travolge.

L’esibizione è percepita quasi punk, sregolata. Non in senso romantico, ma proprio come mancanza di controllo (o entrambe le cose). La fragilità c’è, ma non sempre è guidata. E in un brano che vive di misura e sospensione, l’equilibrio è fondamentale.

C’è verità.
Ma serve ancora struttura per reggerla fino in fondo.

 

Leo Gassmann con Aiello –  “Era già tutto previsto”

Buona coppia per chiudere la serata duetti. Scelta coerente, atmosfera giusta, crescita emotiva ben gestita.

Le due voci si amalgamano bene: timbri diversi ma compatibili, nessuno dei due prova a sovrastare l’altro. Aiello ne esce bene, più misurato del solito, e supporta con intelligenza la gara di Leo.

Leo continua a vivere questa esperienza con l’energia giusta, quasi leggera. Forse proprio perché non la vive come una competizione feroce ma come un percorso.

Non è stato un momento rivoluzionario.
Ma è stato un buon modo di chiudere la serata cover/ duetti che non ha brillato proprio per originalità e coraggio.

 

C’è però un punto che torniamo a sollevare da due anni: la serata cover e duetti dovrebbe (a nostro avviso) concorrere alla classifica finale del Festival.

 

Oggi il punteggio ottenuto nella serata dedicata ai duetti, non incide sulla vittoria finale, e questo rischia, invece, di incidere sulle scelte artistiche presentate.

Quando una performance non pesa sul risultato finale, alcuni artisti possono permettersi soluzioni più accomodanti, meno coraggiose, costruite per non sbagliare piuttosto che per lasciare un segno. E quest’anno sembra che questa dinamica si sia percepita ancora di piú.

La serata cover è uno dei momenti più seguiti e più commentati dell’intera settimana. È una prova di visione, di personalità, di capacità di rilettura. Se un artista decide di rischiare e di costruire qualcosa di identitario, quella scelta dovrebbe avere un peso reale anche nella corsa finale. 

Domani si chiude il Festival. La vittoria di questa sera non entrerà nella classifica generale, ma racconta comunque qualcosa: chi ha scelto di osare e chi invece ha preferito non esporsi troppo. E questa differenza, a nostro avviso, ha un peso sul racconto artistico che resta di questo Sanremo 2026.

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