La teoria dell’evoluzione secondo Paolo Benvegnù

Villa Ada

A tre anni di distanza dal disco “Earth Hotel”, Paolo Benvegnù è tornato con un nuovo album di inediti dal titolo H3+ per Woodworm Label, dedicato alla perdita, all’abbandono e alla rinascita, un’antologia di visioni, dove la grazia, la molecola alla base della vita, riempie gli spazi tra le emozioni, conservando la memoria di quello che siamo stati e quello che saremo. Noi lo abbiamo raggiunto al telefono e ne è uscita fuori una lunga chiacchierata in cui ci ha raccontato, tra le altre cose, l’idea che ha della parola “tramandare”. 

 

Parlare al telefono con Paolo Benvegnù e farsi raccontare il suo ultimo lavoro è un’esperienza ispirante. É uno di quegli artisti che, guardandolo dal di fuori, ti viene subito l’idea che abbia un’aurea particolare intorno a sé fatta di consapevolezza e conoscenza. Lo è sicuramente un personaggio consapevole, ma lo è con tutta l’umiltà di un artista che approccia alla musica per mettersi lui stesso al suo servizio e imparare, attraverso di lei, cose nuove riguardo al mondo in cui viviamo.

 

Paolo Benvegnù

E così Paolo Benvegnù ci presenta il suo nuovo lavoro, H3+, che va a concludere una trilogia iniziata dal mondo degli elfi di Hermann e seguita da Earth Hotel, con il quale ci raccontava la sua prospettiva dall’intimità di una camera d’albergo. Attraverso gli occhi di Victor Neuer, un uomo delle stelle del nuovo millennio, Benvegnù ci racconta questa volta il mondo visto da lassù, perché è solo dall’alto che si ha una visione completa di quello che orizzontalmente non riusciamo a percepire.

Lo fa accompagnandoci in un viaggio attraverso la materia: aiutato dalla chimica come un nuovo Walter White, Paolo Benvegnù usa la metafora dell’ idrogeno, elemento invisibile agli occhi, che però permea tutte le cose. E così si capisce che è proprio in quegli spazi, che ai nostri occhi sembrano vuoti, che in realtà dobbiamo andare a cercare il senso di noi stessi, oltre la realtà percepibile.

Sono quegli spazi invisibili che, se raccogli l’intuizione, servono a farti riflettere su quanto sei piccolo davanti all’immensità che ci circonda, e a volte troppo presuntuoso nel pensare che la realtà è data esclusivamente dal tuo metro di giudizio. Senza neanche troppo filosofeggiare, che invece di complicarci l’esistenza e le relazioni rendendole misere con lotte, o peggio guerre, sull’esistenza o meno di un Dio (che comunque sia sarebbe inorridito nel vedere che ci azzuffiamo per causa sua) potremmo semplicemente alzare la testa ringraziando per il “multiverso” che ci ospita e per le bellezze che ci ritroviamo davanti agli occhi gratuitamente.

Il nuovo lavoro di Benvegnù mi sembra un ottimo modo di ringraziare e benedire la conclusione di un ciclo. E poi? Una fine ha sempre un nuovo inizio, ma intanto ci aspetta il tour, che non è solo un’esperienza di musica dal vivo ma un’immersione nella realtà fluttuante dell’esploratore Victor Neuer. 

Ciao Paolo, partiamo subito dal nuovo disco ! Nei brani del tuo ultimo album sento un riferimento al Bowie di Ashes to Ashes. E’ un tributo? Ne sei stato influenzato?

Assolutamente si! Sono stato davvero influenzato dalla sua presenza nel mondo, almeno in questo mondo, perché so che lui esiste anche in altri mondi. Sicuramente Bowie è una presenza ingombrante e mi sembrava interessante pensare ad un uomo che si scioglie nella materia e omaggiare colui che, almeno nel nostro campo, è stato il promotore di questa maniera di intendere la vita. Il mio è un tributo e come tutti i tributi è mal riuscito [ride], ma la cosa che mi interessava era proprio averlo come nome tutelare. Lui è nel mio Pantheon da sempre, da quando a 14 anni sentii Ashes to Ashes. Mi sembrava davvero una cosa fuori dal mondo, una cosa che non avevo mai sentito e forse per certi versi se ho iniziato a suonare è proprio grazie a quel tipo di suggestione che lui e altre persone mi hanno dato.

Sei riuscito a vederlo dal vivo?

No, non sono mai riuscito, anche se ci sono state delle occasioni. Ma ho un rapporto strano con le figure relative al mio piccolo Pantheon personale. Non vado mai a vedere i concerti, e me ne vergogno. Ho fatto la stessa cosa con i Radiohead. Preferisco mantenere la mia prospettiva su quello che fanno. E’ sciocco ma, lo dico in tutta sincerità, sono molto intimidito da tanta bellezza.

Il genere alternative rock che ti rappresenta, qui in Italia sembra un po’ di nicchia rispetto a come invece è considerato nel resto del mondo. I tuoi concerti comunque fanno sempre il pieno, anche se in radio c’è altro ad andare per la maggiore. Tu come ti trovi in questo mondo permeato dal mainstream?

Qui in Italia tutto è di nicchia tranne la Festa dell’Uva. Uno fa delle scelte. Io so benissimo che la mia è più una ricerca personale e quotidiana e altre persone poi fanno le loro altre piccole ricerche personali e quotidiane. Perciò se ci si incontra in pochi va bene lo stesso. Io ho fatto un milione di altri lavori e questo è un privilegio, non è un lavoro. La sento come una passione spinta allo stremo, una mia ossessione anche, però va bene che sia di nicchia perché per certi versi la visione è proprio per pochi.

E i talent show? A molti sembra l’unico modo per arrivare da qualche parte. Tu come la vedi?

Secondo me invece proprio se non hai fatto un talent sei qualcuno, è più il contrario. Ma al di là di quello, per me il talento è altro. Loro fabbricano usignoli e se va bene a loro va bene a tutti. Io ritengo che l’espressione sia altro, che altro sia la musica o l’essere umano. Perciò posso spostarmi nel mio personale quotidiano, e posso dirti che personalmente non parteciperò mai in nessuna formula a cose del genere. E’ tutto finto, è una cosa aberrate…mamma mia che cosa brutta! Questi poveri ragazzi, ribadisco che sono bravissimi, ma magari non hanno fatto nemmeno mai un concerto in vita loro e li mettono lì più che altro per fare delle piccole performance come carne per palinsesti. Mi fanno anche un po’ tenerezza: hanno dei begli occhi, ma lo sguardo non si limita al visibile. Lo sguardo va anche oltre, ha a che vedere con l’invisibile e con quello che viene percepito in maniera semplice nel saper fare musica. Mi è capitato di suonare con dei ragazzi che hanno fatto queste cose e li vedo un po’ impreparati, non musicalmente, ma dal punto di vista della prospettiva di quello che fanno. Ma va bene così, è il mondo reale, ma non è sicuramente la mia tazza di tè.

Vesti anche i panni del produttore. Come ti ci senti?

Mi sembra di essere una levatrice. È proprio quello che deve fare un produttore artistico nei progetti, deve semplicemente aiutare il parto. In quanto tale, avendo più esperienza, posso farmi caldi caffè e dare buona energia, anche perché ovviamente nelle produzioni che faccio tendo essenzialmente a fare in modo che sia rappresentato il senso di esistenza dell’artista stesso. Non vado mai a cercare scorciatoie per vendere una copia in più. Non mi sembra una cosa giusta in questo mondo che è già fin troppo pieno di seduttori. Io ho abdicato nel 1997 dal sedurre ogni persona perciò anche lì uso questo tipo di ottica…o di etica.

C’è qualche nome in giro che ti piacerebbe prendere sotto la tua ala?

A me piace tantissimo un gruppo di Perugia che si chiama I cieli di Turner. Sono talmente bravi che sono andato a vedere le loro prove in sala e ho capito che non c’è bisogno di mettere nessuna ala. Stan già volando da soli. Faranno qualche concerto prima di noi in questa tournée facendo quel poco che posso fare perché altre persone si accorgano di loro semplicemente ospitandoli nei nostri concerti.  Mi rendo conto che è un caso unico, non è che in tanti lo fanno. Ma va bene così, è la vecchia sindrome di quando vai a vedere un film e ti piace così tanto che lo racconti a tutte le persone che incontri perché a te ha cambiato la prospettiva dello sguardo. Ciò che fanno I cieli di Turner è davvero bello e vitale e può cambiarti la prospettiva.

Dopo la fine dell’esperienza con gli Scisma, anche se ora sei comunque sostenuto da altri musicisti nel tuo lavoro solista, non ti manca il calore di una band?

Assolutamente no! Io negli Scisma ero quello che scriveva la maggior parte dei pezzi e ne cantava un po’. Con Sara nella band per me era anche molto più interessante perché non sono proprio uno da prima linea. Anche se non si direbbe ti assicuro che amo stare dietro le quinte. Anche con i “Paolo Benvegnù” sono sempre io quello che porta la maggior parte dei pezzi e in questo caso li canta, però fondamentalmente anche qui sono davvero il cantante di un gruppo, e sono anche il peggiore a suonare. La cosa bella è che sia negli Scisma, sia con i Benvegnù io, se li vedi come dei collettivi pittorici, sono solo quello che sceglie la cornice. Magari traccio la prima linea ma il resto lo fanno gli altri e anche molto meglio di me. Non sono capace di far delle cose da solo, posso solo avere una visione parziale, ma la cosa fantastica è quella di unire la propria energia a quella di altre persone. Con gli Scisma veniva fuori un risultato perché c’era un connubio di un certo tipo. Con i Benvegnù ne viene fuori un altro perché le persone sono diverse. Negli Scisma c’era questa componente di grazia portata dalle tre ragazze che ovviamente fa in modo che sia tutto un po’ più aereo, invece con i Benvegnù siamo più cavernicoli.

H3+ chiude una trilogia iniziata con Hermann e proseguita con l’intimità di Earth Hotel. E’ lo stesso uomo che cambia nel tempo?

Oh si! L’uomo è sempre lo stesso. Cambia il nome del personaggio ma in realtà sono pronipoti, antenati tra di loro, e l’idea è proprio quella di parlare di noi usando la metafora del tempo. Earth era lo spaccato post contemporaneo di quello che stiamo vivendo adesso e forse tra i tre episodi è stato quello più difficile da immaginare perché è quello più vicino a me in quanto ambientato nel tempo in cui vivo. H3+ è stato più semplice perché prima di intraprendere una scrittura per darla in pasto ai meravigliosi Benvegnù io penso sempre ad un soggetto cinematografico, che non potrà mai essere ovviamente filato…ma non mi interessa nemmeno più di tanto, mi interessa invece andare a parlare di queste vicende e riuscire nel tempo a tramandare una piccola intuizione. E’ proprio questo che ci guida, secondo me, nella vita: il fatto di tramandare informazioni a chi viene dopo. Non necessariamente agli uomini. Perciò l’interazione secondo me è molto bella perché parla dell’uomo che cerca l’ignoto in sé. Ci sono molti riferimenti spazio temporali e mi piace l’idea che tutto sia fluttuante nel tempo.

Con Earth Hotel ci hai raccontato il tuo mondo da una stanza di albergo. Con H3+  ci porti nello Spazio. Come cambia il punto di vista delle cose dall’alto?

[Ride] Sto ancora cercando di capirlo. Paradossalmente nella realtà, per andare ancora più in alto e verso gli astri, ho dovuto cercare nei mie abissi dove si vede poco e la materia oscura è presente in maniera specifica. Penso ci sia tanta solitudine e l’esploratore Victor Neuer si nutre anche di questo. L’interazione verso l’altro porta anche al cambiamento del protagonista, che è un cambiamento di prospettiva della relazione: anche se fuori pare ci sia il vuoto in realtà è tutto presente. Anche il titolo H3+ sta proprio a sottolineare che la maggior parte degli spazi conosciuti che noi percepiamo come vuoti sono fatti di queste particelle di idrogeno. La piccola suggestione è proprio questa: se un essere umano volesse trasformarsi in una di queste particelle, sempre mantenendo i propri ricordi e la capacità strettamente umana di sentire, cosa sentirebbe? Questa è l’idea di H3+ : c’è solitudine, ma c’è anche bellezza e ricerca dell’infinito, una ricerca che però non è spasmodica.

E poi quando torni sulla Terra cosa riporti da questo viaggio spaziale?

Riporto il fatto che siamo qui per trasmettere informazioni, anche se non necessariamente a tutti. Basta una sola persona. Questa, se ci pensi, è una cosa strettamente vitale che è connessa a quello che fanno le cellule che nelle condizioni ideali si riproducono e trasmettono informazioni a quelle che vengono dopo. E’ una cosa bellissima perché da ateo credo in questo e ne traggo grande conforto. Il senso di questa vita l’ho trovato proprio nel fatto di poter trasmettere a qualcun altro la mia esperienza. Ma questo succede, tra l’altro, non perché uno faccia dei dischi o dia consigli a qualcun altro. Succede perché il freddo che sentirà mia figlia è il freddo che ho sentito io con in più qualche informazione personale. Non è fantastico?!

Io cito un brano degli U2 che recita “From father to son the blood runs thin”…questo stesso sangue che scorre nelle vene di padre in figlio di generazione in generazione…

Certo, poi io prediligo la linea femminile e in realtà direi più “il sangue della madre nel figlio” perché questo è un legame che noi esseri umani di sesso maschile possiamo solo immaginare. Penso che molta parte delle creazioni più sublimi degli uomini, intesi come genere maschile, abbia tanto a che vedere con il mondo femminile che è l’unica parte veramente creatrice. Mi viene da pensare al fatidico momento in cui Michelangelo scaglia il suo martello sul Mosè. Lui era troppo misticamente sublime per avere una così piccola concezione delle cose e penso proprio al fatto che il “Perché non parli ?” volesse in realtà significare “Perché non posso creare in carne e sangue?”.

 

“L’universo che vediamo è solo una dimensione del nostro percepibile. C’è molto di più, e mi viene da pensare che questo Multiverso che ci circonda e la nostra mente abbiano molto in comune, quasi come se si stessero specchiando aspettando il momento per risuonare insieme.

 

Ti sei rivolto alla Chimica. Sei un appassionato della materia?

Mi appassiona molto ma sono davvero un neofita. Quando ho avuto la possibilità di studiarla con maggiore impegno non l’ho fatto perché ero un cialtrone e allora adesso sto cercando di recuperare. In realtà in questo momento di grandissima controriforma culturale, di grande spaesamento e di evaporazione degli adulti, di una serie di cose percepibili in maniera netta, paradossalmente gli astrofici da una parte e i neuroscienziati dall’altra, stanno scoprendo delle cose rivoluzionarie che cambieranno in meglio la nostra percezione del mondo nel momento in cui verranno poi percepite su larga scala.  L’universo che vediamo è proprio “uni-verso” nel senso che è uno solo, è solo una dimensione del nostro percepibile. C’è molto di più, e mi viene da pensare che questo Multiverso che ci circonda e la nostra mente abbiano molto in comune, quasi come se si stessero specchiando aspettando il momento per risuonare insieme. 

In qualche modo sembra che scienza e religione frequentino un terreno comune…

Sono d’accordo. Poi è vero che la scienza è stata nel mondo occidentale per centinaia di anni come una nemica della religione ma, paradossalmente, come vedi ad un certo punto si incontrano. In realtà ciò che comunemente le persone pensano sia Dio io ritengo, ovviamente è una mia considerazione personale, che sia qualcosa di insondabile e che si può chiamare in tanti modi, qualcosa che va oltre al visibile e oltre alla nostra percezione. Un po’ di umiltà da parte di tutti, religiosi e non, dovrebbe esserci. Per questo è così importante vivere e tramandare, magari un giorno qualcuno riuscirà a scoprire l’essenza di questo meraviglioso mistero. Che bello! In realtà se ci pensi tutto quello che è di nostra conoscenza è fatto della stessa materia.

A proposito: so che nasci come informatico, una materia che all’apparenza sembrerebbe essere un po’ distante dalle emozioni che la musica esprime. In verità nei tuoi dischi sembra che quel rigore trovi comunque spazio e si combini perfettamente fino alla quadratura del cerchio. Come combini questi vari aspetti?

Non saprei come io riesca a convivere con queste cose. Di sicuro sono cresciuto con una logica ferrea e io stesso mi sono disciplinato a questo. Ma la logica ferrea è assolutamente importante per avere slancio. Tutte le scienze studiate dagli uomini sono interdisciplinari e quindi quando un matematico fa una scoperta dovrebbe avere la stessa risonanza per gli addetti ai lavori, ma anche per chi si occupa di ortocultura. Ci sentiamo settorializzati noi stessi ma, nella realtà, ogni grande conquista in un qualche campo è una grande conquista per tutti, da condividere e portare avanti. Riguardo all’informatica, che è una branca della matematica, ritengo, invece, che bisogna avere una fantasia sfrenata e una grande intuizione, che non è diversa da quando uno scrive una canzone in maniera sfibrante ed estremamente spontanea. Così come sono convinto che ogni ricerca non sia fine a se stessa, ma sia una ricerca di bellezza captabile da tutti gli esseri viventi.

Quindi come nascono le tue canzoni?

AIUTO! AHAHAH Nascono con il tentativo di trasformare quello che incontro nel mio personale quotidiano in qualcosa di universale. Ritornando al discorso degli esseri umani maschili che facevamo prima, noi siamo legati al fallimento. La creazione vera è femminile, noi maschi invece ci nutriamo per poi fallire ancora. È bellissimo, è infinito ed è meravigliosamente terribile ma per quanto mi riguarda è la vera fonte di vita. La vera energia è cercare l’invisibile nelle cose e cercare di tradurlo in parlabile. So benissimo che in realtà la vera poetica è quella del silenzio e della contemplazione.

 

“Il fallimento è parte della vita creativa e tutto ciò che noi vediamo di realizzato è ovviamente imperfetto.”

 

Come reagisci ai tuoi fallimenti?

Ogni volta che mi metto all’opera è un fallimento. Io ho una considerazione un po’ diversa dello zero o del vuoto o del fallimento, non sono dei termini da vedere assolutamente in maniera negativa. Non perché dal fallimento si possa rinascere, ma è proprio perché il fallimento è parte della vita creativa e tutto ciò che noi vediamo di realizzato è ovviamente imperfetto. Guarda quanto è bello tutto questo! Significa che la creazione è perfettamente insondabile e di fallimento in fallimento uno arriva dove può. 

Perché mescolare l’italiano con l’inglese nei tuoi testi? E’ per dire alcune cose con una certa distanza, oppure ti permette di avvicinarti ad altre realtà? O nessuna delle due cose?

Mescolo queste due lingue insieme a quel poco che so di francese e fiammingo, perché sono ignorante. Sapessi lo swahili o altre lingue e capissi che quel grumo fonetico di parole è esattamente ciò che sto cercando di definire, lo farei anche in altre lingue. In realtà poi questo piccolo disco di fantascienza è ambientato tra 80 o 90 anni nel boschetto della mia fantasia, e penso che tra 80 o 90 anni l’inglese sarà ancora la lingua degli esseri umani. Magari ambientato tra 300 anni potrebbe essere il cino-tedesco, perché prima o poi ci sarà un’alleanza tra i cinesi e i tedeschi.

Hai fatto una sorta di opera orwelliana in pratica?

Beh si dai, ma con evidente difficoltà rispetto a Orwell perché si sta parlando di altezze sublimi. Ma è vero che ci sono dal punto di vista della piccola ispirazione (piccola perché non sono capace di percepire così tanto) letteraria, come si fa a non avere come capisaldi le gesta di eroi omerici come Shakespeare o Orwell?! Io che non sono nemmeno un piccolo David davanti a loro cerco di confrontarmi, ma la lotta è impari.

 

“Mi sembra che questo caos in cui siamo immersi è invece perfettamente ordinato”

 

Leggi molto?

Leggo molto ma casualmente. Ultimamente non tanto, sono sincero, perché sono impegnato a diversificare la mia ottica. Nell’ultimo paio d’anni sto guardando tanto il mondo e mi sembra di una bellezza incomparabile. E non certo perché lo guardo io ma perché è bellissimo anche nei posti che gli uomini hanno fatto diventare miseri, è tutto un miracolo straordinario. Mi sembra che questo caos in cui siamo immersi è invece perfettamente ordinato, per cui torniamo alla matematica di prima.

Ti capita spesso di viaggiare?

Più che altro viaggio tanto con la testa e spesso verso gli stessi luoghi. E poi, sono sincero, ho iniziato a suonare anche perché volevo vedere un po’ di altre situazioni rispetto a quello che avevo sempre visto. Suonando vedo altri posti, ma poi ad esempio si può vedere lo stesso posto che, spostandosi di un metro, può essere ancora diverso.

Che relazione hai con i social che ormai permeano la nostra realtà quotidiana?

Non li uso, vengo usato [ride]. Non li uso perché li trovo una grande nefandezza per certi versi e anche una grande bolla di nulla. Non è che mi viene in mente che la prossima moda sia più interessante e più umana dei  social ma questa veramente la detesto.

 

“I social sono tremendi! Gente che si spaccia per qualcun altro che ti dice qualcosa che nemmeno pensa…a te che, nel frattempo, sei qualcun altro mentre pensi di essere te stesso.”

 

C’è il rischio di avere l’illusione di essere sempre connessi e poi in realtà…

Ma connessi a cosa? ! È un grande nulla dove ovviamente c’è un valore, e per me il nulla ha molto valore. Però è il problema della tecnologia quando non viene seguita da un progresso anche della considerazione della cosa…questo essere connessi con il mondo non serve a niente perché semplicemente serve solo per comprare e per vendere e, visto che io cerco di evitare questa cosa, che mi sembra la parte meno interessante degli esseri umani, non voglio farne parte. Ne faccio parte parzialmente perché so che mi serve per lavorare, ma le cose che uno ha da dire può dirmele tranquillamente quando vado in giro. Se uno vuole dirmi che faccio schifo, quando mi incontra per strada può farlo, perché una critica del genere in un confronto vis a vis mi fa pensare molto di più. I social sono tremendi! Gente che si spaccia per qualcun altro che ti dice qualcosa che nemmeno pensa…a te che, nel frattempo, sei qualcun altro mentre pensi di essere te stesso. Dio mio! Ci abbiamo messo migliaia di anni per capire cosa cavolo è la nostra identità e poi la sputtaniamo così, con una sciocchezza colossale.

Invece tu stai per andare in tour, che è la dimensione più reale, nella quale almeno sei te stesso davanti alle persone. Come ti senti? Che effetto ti fa tornare a suonare?

Mi sento nudo e vecchio, è questo il problema. Andrebbe da dire che certi onanismi quando uno è anziano non dovrebbe metterli in pratica [ride]. Io faccio questa cosa soltanto perché, quando canto e sono vagamente ispirato per fortuna dalle persone, come i miei compagni che mi supportano e mi sopportano, mi sento una donna bellissima. Lo faccio per diventare sempre il più possibile una madre intelligente. È per questo che suono, per diventare una madre bellissima, per dormire in un posto nuovo, svegliarmi con un altro profumo e diventare di nuovo una madre bellissima.

C’è un po’ di vanità in questo?

Ma no, ma quale vanità ?! [ride]. Io sono un tirannosauro ma, ahimè!, vedo che i giovani fringuelli hanno molte meno cose da dire rispetto a me che il mondo l’ho fatto. È una cosa tremenda e mi dispiace. Io non ho desiderio di presenza nella vita degli altri perché sono già felice per quanto riesco a vedere nel mio personale attraverso i loro gesti inconsci, perciò non andiamo a suonare per sedurre qualcuno. O spesso sento la parola “sfida”. Ma chi stai sfidando?! Nemmeno la sfida con te stesso è più credibile, ormai siamo diventati dei figuranti antropomorfi. Se per caso per due giorni manca la luce, io per primo, abbiamo paura di addentrarci in un bosco. Vado a suonare per essere una parte di me che nella vita reale non riesco ad essere. Posso essere un bravo padre ma non una madre bellissima e intelligente.

Sei diverso sul palco dalla vita reale?

Io non sono dissimile quando suono dalla vita normale. Mi diverte moltissimo vedere il circostante e sono felice spesse volte, sempre di più man mano che vado a distillare il senso del tutto. Come queste piccole idee che mi sono arrivate in una stanza e diventano qualcosa di risonante a 100 km di distanza…questa è una cosa bella e affascinante così cerco di percepirne anche altre sfumature. Ma attenzione, quando vado a vedere un concerto è la stessa cosa per quanto riguarda gli altri. Credo sia un’opportunità, come quando esci la sera e incontri una persona particolare in un bar, oppure vedi un tipografo davanti ad una macchina di stampa che non funziona e ti chiedi per quale motivo è li con il camice a 70 anni alle 8 di sera. Niente…perché gli piace.

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