La terza serata di Sanremo 2026 mette in fila gli altri 15 Big, ma soprattutto arriva dopo un segnale chiaro: Nicolò Filippucci ha vinto tra le Nuove Proposte e ha ricordato a tutti che quando canzone e interprete si allineano, il resto passa in secondo piano.
Stasera però la sensazione, dalla Sala Stampa, è stata un’altra: scaletta soporifera. Poca alternanza, poca dinamica. Dopo il debutto della prima serata, ci saremmo aspettati, nelle due successive, un montaggio più coraggioso, un incastro più vivo tra i brani andati in scena ieri e quelli di oggi. Invece, per lunghi tratti, mosceria totale.
Ed è un peccato, perché al secondo ascolto le canzoni iniziano davvero a farsi capire, nel bene e nel male. Alcune crescono, altre si ridimensionano.
La classifica provvisoria della serata — determinata dal voto congiunto di Giuria delle Radio e Televoto — in ordine sparso, vede: Sal Da Vinci, Arisa, Sayf, Serena Brancale, Luchè.
Una cinquina che racconta una fotografia precisa di questo momento del Festival: consenso trasversale, equilibri ancora fluidi e percezioni diverse tra impatto immediato e tenuta artistica. Non è una sentenza, ma un’indicazione. E le indicazioni, a Sanremo, vanno sempre lette con attenzione.
La Finale delle Nuove Proposte
NICOLÒ FILIPPUCCI – “Laguna”
Onestamente? Il brano più memorabile di questo Sanremo 2026 (BIG compresi). Quello che finisce e ti resta addosso senza chiedere permesso.
Nicolò lo esegue con precisione e misura, ma soprattutto con consapevolezza. Non sembra mai in affanno, non rincorre l’emozione: la guida. E questo fa la differenza.
È una canzone che funziona sul palco, ma è anche perfettamente attrezzata per radio e streaming. Ha hook, ha dinamica, ha identità. Non è solo un “momento Festival”, è un brano con vita propria.
Per noi merita la vittoria. Perché quando hai canzone, interprete e visione allineati così, è difficile chiedere di più.
ANGELICA BOVE – “Mattone”
Angelica conferma un’enorme capacità interpretativa, soprattutto in un brano di questo tipo dove basta un passo falso per cadere nel melodramma. Lei invece resta sempre in equilibrio.
Ha questa dote rara: materializza le emozioni. Le rende così dense che quasi le puoi toccare. Non le racconta soltanto, le fa esistere nello spazio.
Il brano è forte, intenso, scritto bene, con una struttura che sostiene e non soffoca. E lei lo abita con naturalezza, senza effetti speciali inutili.
Sarà una bella lotta. Perché quando talento e canzone si incontrano così, non è mai un caso.
Le canzoni dei Big in gara
MARIA ANTONIETTA & COLOMBRE – “La felicità e basta”
Loro due stanno facendo la cosa più intelligente possibile: non forzano l’ingresso, se lo prendono piano piano. Sono arrivati gentili, posati, ma con una disinvoltura che sul palco è oro.
Si divertono davvero e la presa bene è contagiosa. Non c’è tensione da esame, c’è complicità vera. E questo si sente.
Funziona tutto: scrittura, chimica, atmosfera. Anche se va detto che questa esibizione è stata un filo meno precisa della prima, un po’ più “di pancia” e meno chirurgica.
Ma a volte quella piccola imperfezione rende tutto ancora più umano. E nel loro caso, l’umanità è parte fondamentale del progetto.
LEO GASSMANN – “Naturale”
Il brano non è una hit da primo ascolto, diciamolo. Non è quello che ti svegli canticchiando il giorno dopo.
Però Leo ne esce bene. Le qualità vocali ci sono, anche se oggi si è sentito che respirava poco e nel finale è arrivato un filo in affanno. Nulla di drammatico, ma si percepisce.
La vera forza è l’attitudine. Ha un entusiasmo genuino che non sembra costruito. Sul palco trasforma l’esibizione in un piccolo rito collettivo, e per qualche minuto ci sentiamo tutti dentro un momento di felicità semplice, complice.
Non è la canzone che ti cambia la vita.
Ma è l’artista che riesce a farti stare bene. E anche questo conta.
MALIKA AYANE – “Animali notturni”
Lei è brava, elegante, centrata e serena. Si muove sul palco con quella leggerezza di chi non deve dimostrare nulla a nessuno. E vocalmente è sempre una carezza controllata al millimetro.
Sul brano però non mi viene da gridare al miracolo. È raffinato, sì. Ben scritto, abbastanza. Ma non ha quel guizzo che ti fa alzare il sopracciglio o premere replay.
Nella scaletta del Festival ci sta benissimo: dà respiro, classe, misura.
Nella playlist quotidiana, forse un po’ meno.
È un bel momento. Non necessariamente un momento memorabile.
SAL DA VINCI – “Per sempre sì”
Oggi lo ribattezziamo ufficialmente: quota goliardica del Festival 2026. E va bene così, perché in fondo certi fenomeni della natura umana non vanno capiti…vanno osservati.
Sal da Vinci è simpatico, ha mestiere, sa stare sul palco e si vede che questo ritorno lo vive con entusiasmo vero. E noi siamo sinceramente contenti che abbia ripreso il suo percorso.
Detto questo, musicalmente l’operazione resta quella che è: più momento televisivo che scossa artistica. Piacevole per chi lo ama, rassicurante per il suo pubblico, ma difficilmente sposta qualcosa nel panorama attuale.
Gli auguriamo il meglio, davvero.
Però per noi il giudizio non cambia.
TREDICI PIETRO – “Uomo che cade”
Conferma le sensazioni della prima serata: a noi piace tantissimo per attitudine e stile. Ha un’identità chiara, non copia nessuno, non chiede permesso.
Stasera però è affaticato. Si sente. Vocalmente è stanco, spinge troppo, e a metà brano sembra già aver dato tutto. L’energia c’è, ma spinge troppo e compromette la qualità della sua voce.
Eppure è proprio lì che esce il carattere. Non molla, non si risparmia, non si nasconde dietro l’arrangiamento. Stringe i denti e porta a casa l’esibizione, anche se con fatica.
Non è stata la performance più pulita.
Ma è stata una delle più vere.
RAF – “Ora e per sempre”
C’è del buono, ma non del buonissimo. Il brano funziona a metà, è costruito con mestiere, ma non ha quel guizzo che ti fa dire “eccolo, questo resta”.
Detto questo, non si può non tributare la carriera di Raffaele. Il palco lo conosce, lo rispetta e lo domina senza mai ostentare. L’esibizione è intensa, controllata, di mestiere puro. Non si sbottona, non si concede troppo, ma resta viva.
È il tipo di performance che non ti travolge, ma ti ricorda perché certi artisti sono ancora lì dopo tanti anni.
Non rivoluziona.
Ma sta in piedi con dignità. E oggi non è poco.
FRANCESCO RENGA – “Il meglio di me”
È tutto un “ei ei ei – ai ai ai”… e un po’ ti chiedi se stai ascoltando un hook o un riscaldamento vocale.
Però va detto: è credibile, è solido, è un Renga ritrovato. Non rincorre mode strane, non si traveste, resta nel suo territorio e lo presidia con mestiere.
Non è memorabile, non è il punto più alto della sua carriera, non è la canzone che racconteremo tra dieci anni. Ma è un’esibizione pulita, centrata, senza scivoloni.
Senza infamia e senza lode, sì.
Ma almeno senza imbarazzi. E negli ultimi tempi non era così scontato.
EDDIE BROCK – “Avvoltoi”
Rinominato ufficialmente Eddie Sbrock per la gestione esplosiva – diciamo pure detonante – del ritornello.
La genuinità del personaggio c’è, la capacità social-comunicativa pure. Sa stare nel flusso, sa farsi voler bene, sa creare attenzione. Ma Sanremo è un altro sport.
La sensazione è che per lui fosse ancora presto. Non tanto per talento, quanto per maturità tecnica e solidità scenica. Il ritornello diventa una corsa fuori controllo, l’energia scappa di mano e tutto rischia di finire in caciara.
Ed è un peccato vero. Perché sotto c’è qualcosa.
Ma quando il palco è più grande della tua gestione emotiva e tecnica, lo senti. E il pubblico pure.
SERENA BRANCALE – “Qui con me”
Rispetto totale per il tema trattato nella canzone, per la preparazione tecnica e per il percorso di Serena Brancale. È un’artista vera, studiata, consapevole, con una padronanza vocale che pochi possono permettersi.
Il problema è che questo brano è talmente denso, articolato nell’elaborazione melodica che all’ascolto diventa quasi un macigno. Ammiri la costruzione, ma fai fatica a portar via qualcosa di netto.
È vero: un cavallo di razza non può correre in un recinto. Ha bisogno di spazi larghi, libertà, improvvisazione. Ma anche il cavallo più nobile ogni tanto va guidato. L’estro, se non viene domato, rischia di diventare virtuosismo più che comunicazione.
Qui c’è talento enorme.
Ma per arrivare davvero a tutti, ci ripetiamo, serviva un filo di sottrazione in più.
SAMURAI JAY – “Ossessione”
Perfetto per una playlist workout o per una festa goliardica d’estate dove nessuno vuole pensare troppo. Energia, ritmo, bpm giusti per non farci crollare sul divano.
In scaletta ha senso: sveglia la platea, alza la pressione, evita il coma collettivo. Missione compiuta.
Però finisce lì. È uno di quei passaggi che mentre succedono funzionano, ma un’ora dopo fai fatica a ricordare un verso preciso. Come se fosse transitato al Festival senza lasciare impronta.
Poi sulle piattaforme volerà, probabilmente.
Ma quello è un altro campionato.
ARISA – “Magica favola”
La qualità e l’intensità che Arisa genera con quella naturalezza quasi insolente sono da fuoriclasse vera. Controllo, dinamica, timbro: tutto calibrato al millimetro. E sì, emoziona. Il suono della sua voce basta da solo: avvolge, riempie ogni centimetro, mette tutti in silenzio.
Se fosse la colonna sonora di un film d’animazione sarebbe una vera hit.
Il punto però è che qui siamo al Festival di Sanremo. E in questo contesto l’effetto rischia di sembrare decontestualizzato, quasi autosufficiente. Come un esercizio di perfezione che non ha davvero bisogno della gara e forse nemmeno la considera.
È bellissimo, tecnicamente ineccepibile.
Ma sembra vivere in una teca tutta sua, più che dentro il momento.
MICHELE BRAVI – “Prima o poi”
Niente, questo è un brano che Michele non riesce a gestire con la giusta intensità. L’intenzione è alta, ma la resa resta un passo indietro.
La sua vocalità meriterebbe una tessitura melodica diversa, più aderente al suo timbro e alle sue dinamiche naturali. Qui invece sembra costretto in una zona che non lo valorizza davvero.
Non emerge, anzi. A tratti affoga nell’arrangiamento, come se la produzione fosse più grande della sua emissione. E il risultato è paradossale: il percepito è quasi l’opposto di ciò che il brano vorrebbe raccontare.
C’è sensibilità, c’è scrittura.
Ma senza un equilibrio tra voce e costruzione musicale, tutto si disperde.
LUCHÈ – “Labirinto”
Stasera decisamente meglio della prima serata. Più centrato, più dentro al pezzo.
Il brano ha una cadenza quasi ipnotica, martellante, che ti prende e ti trascina. Il rischio però è proprio quello: dopo un po’ ti ci perdi dentro. E lì dovrebbe entrare lui, da vero maestro di cerimonia, a guidare l’intensità della performance.
Invece resta tutto su una linea troppo uniforme. Manca quel dosaggio, quel gioco di pieni e vuoti che rende un pezzo davvero memorabile. Così l’impatto si appiattisce.
Il brano non è male, anzi.
Ma potrebbe essere percepito molto più “chill” e controllato, invece di restare sospeso in moto circolare.
MARA SATTEI – “Le cose che non sai di me”
È brava, questo è fuori discussione. Si esibisce in modo maturo, puntuale, preciso. Non sbaglia quasi nulla. Ma a volte non basta non sbagliare.
Qui manca una cosa fondamentale: l’identità.
Chi è davvero Mara Sattei? Che genere fa? Qual è il suo tratto distintivo? Se fermiamo dieci persone fuori dall’Ariston e facciamo questa domanda, quanti saprebbero rispondere in modo chiaro?
Il problema non è la qualità. È la definizione.
Senza un perimetro riconoscibile, ogni brano sembra un episodio isolato e non un capitolo di una storia.
È proprio da qui che bisogna ripartire. Perché finché non capiamo chi è artisticamente, tutto il resto resta corretto… ma non necessario.
SAYF – “Tu mi piaci tanto”
Piccolo blackout all’inizio, di quelli che ti fanno pensare “oddio, non adesso”. Poi però decolla. E quando prende quota… cavolo se è bravo!
Ha talento vero, istinto, musicalità. Deve fare palco, questo sì. Fare esperienza, sbagliare, e soprattutto imparare a gestire l’errore prima che l’errore gestisca lui. È lì che si diventa grandi.
Ma attenzione: è stato fin troppo bravo per l’età che ha. È praticamente un super giovane. E super non è un aggettivo a caso. Questo ragazzo ha davvero dei superpoteri.
Ora deve solo capire come controllarli. Poi saranno guai per tutti.





