Il 17 aprile è uscito “Disincanto”, il nuovo album di Madame per Sugar Music. Quattordici tracce, un percorso preciso. La nostra recensione.
“Disincanto” è il terzo album di Madame (nome d’arte di Francesca Calearo), e arriva in un momento in cui l’artista ha già accumulato abbastanza storia da poterla raccontare senza dover dimostrare niente. Quattordici tracce scritte quasi interamente da lei, prodotte da Bias con la collaborazione di Mr. Monkey, Luca Narducci, Lester Nowhere e Lorenzo Brosio. Brani che costruiscono un percorso narrativo preciso: dalla fase incantata alla frattura, dalla frattura a qualcosa che non è ancora una risposta ma ci assomiglia.
Le tracce
Il titolo non è un concetto astratto. Il disco lo tratta come un processo fisico — qualcosa che accade nel corpo prima che nella mente. L’apertura omonima stabilisce le coordinate: nasce da una notte di discussioni in Marocco su filosofia e musica. E si sente. È un manifesto che non tenta di spiegare troppo, e per questo funziona.
“Come stai?” è il secondo brano e già sposta il tono verso qualcosa di più quotidiano: uno sguardo sul mondo dell’intrattenimento mantenuto a distanza di sicurezza, con una visione pungente che non scivola mai nel risentimento. “Volevo capire con Marracash” è il momento più architettonico dell’album — una conversazione vera, strutturata come domanda e risposta, in cui i due artisti si muovono su territori complementari. Madame esplora la vulnerabilità, Marracash risponde con la resilienza e con una piccola citazione a Rosalia. Il meccanismo è esplicito ma non meccanico, e il videoclip in bianco e nero di Jacopo Farina lo accompagna con la stessa sobrietà.
“OK” è trap nella forma e autoanalisi nel contenuto: l’accondiscendenza come abitudine difficile da smontare, raccontata attraverso immagini secche. “Invidiosa” abbassa la guardia con ironia — un pezzo estivo sull’invidia per la semplicità percepita del mondo maschile — e inserisce riferimenti agli idoli adolescenziali dell’artista senza nostalgia. “Mai più” è lo sfogo più diretto del disco sull’industria musicale, tagliente senza essere autoindulgente.
“No Pressure” e “Bestia” occupano poli opposti dello stesso territorio emotivo: la prima racconta con leggerezza l’irresolutezza di un legame; la seconda, con un linguaggio viscerale, mette in scena la perdita di controllo e diventa uno dei momenti più intensi del disco. “Puttana svizzera” con Nerissima Serpe, Papa V e 6Occia (al suo esordio discografico) è una posse track che cambia registro bruscamente — il momento più liberatorio in termini sonori, costruito intorno a voci molto diverse tra loro.
“Rosso come il fango” nel contesto dell’album guadagna peso rispetto a quando era singolo: qui le radici e il senso di colpa del privilegio si inseriscono in un percorso più ampio, non come dichiarazione isolata ma come capitolo dello stesso libro. “Non mi tradire” è la ballad più classica del disco, intensa e diretta. “Allucinazioni” usa le visioni come metafora di percezione distorta — uno dei testi più figurativi dell’album. “La persona peggiore del mondo” chiude il cerchio sulle relazioni tossiche con una lucidità che non ha bisogno di alzare la voce.
“Grazie”, il finale, è un monologo davanti alla psicologa: alterna ironia e peso, racconta la mente in oscillazione, e chiude il disco esattamente dove dovrebbe — non con una soluzione, ma con la presa di coscienza di essere ancora in mezzo al guado. È il brano più personale, e anche il più coraggioso.
“Disincanto” è un album lungo quattordici tracce che giustifica ogni brano. Non ha momenti di riempimento, ha momenti di cambio di registro — distinzione che conta. Madame scrive con una precisione lessicale che rimane riconoscibile anche quando il contesto sonoro cambia. L’artista ha smesso di costruire una versione presentabile di sé accettando di rimanere in mezzo al guado. Il disco è esattamente il luogo in cui lo dimostra.





