Il Vuoto Elettrico: in Traum musica e parole si cercano

Traum

E’ uscito il 10 marzo Traum, il nuovo disco de Il Vuoto Elettrico, per Dreamingorilla Records / I Dischi del Minollo / La stalla domestica con la produzione artistica di Xabier Iriondo (Afterhours, Todo Modo, Bunuel). Noi abbiamo voluto saperne di più e ci siamo fatti raccontare il progetto direttamente da loro! Leggi la qui sotto l‘intervista!

Il Vuoto Elettrico

Traum, a due anni da “Virale”, è il secondo capitolo di una trilogia di concept album sull’uomo visto impietosamente nella sua condizione esistenziale. E se il lavoro precedente era dedicato alla paura, qui ad essere indagato è il rapporto fra il tempo, la vita e la conoscenza di sé stessi, analizzati attraverso il trauma e il sogno (traum in tedesco significa sogno) come chiavi di lettura rispettivamente del passato e del futuro.

La vita viene raffigurata attraverso la potente metafora di una casa dove ogni canzone è una stanza (soggiorno, cucina, bagno, giardino ecc.) e ogni stanza una stagione della vita (l’infanzia, la giovinezza, la maturità, la terza età ecc.). Ad allacciare il tutto un’entrata (la nascita) e un’uscita (la morte) circolarmente connesse fra loro, oltre a un misterioso corridoio da cui fuggire in tutta fretta con il solo obiettivo di entrare nelle singole stanze. Questo corridoio è il tempo presente, quell’unica prospettiva reale su cui si stagliano le porte che sono i luoghi in cui ognuno deve entrare per fare i conti con ciò che dentro viene ospitato.

Ecco che cosa ci ha raccontato i ragazzi de Il Vuoto Elettrico sul loro particolarissimo lavoro dal titolo Traum !

 

Il Vuoto Elettrico

Ciao ragazzi, cosa significa Il Vuoto Elettrico?

Il Vuoto Elettrico è il titolo del secondo album dei Six Minute War Madness, gruppo seminale degli anni ’90 nel quale suonavano due membri degli Afterhours, Paolo Cantù e Xabier Iriondo. In cabina di regia c’era Fabio Magistrali, uno degli artefici del suono di “Hai Paura del buio?”. Roba grossa, insomma. Abbiamo scelto questo nome come omaggio a una realtà underground che ha fatto scuola e breccia nelle teste di molti musicisti che si sono lanciati negli anni a seguire in progetti poco convenzionali. Noi tentiamo di fare la nostra parte, epigoni di un certo modo di intendere la musica in questo 2017.

Da dove vi è venuta l’ispirazione per Traum, un album così ricercato concettualmente?

Mi fa piacere che tu abbia notato la ricerca filologica che sta alla base del concept. In Traum la musica interpreta le parole e le parole interpretano la musica… si cercano a vicenda influenzandosi reciprocamente. Non potrebbe esserci altra musica per quelle parole, non potrebbero esistere altre parole per quella musica. Il punto di partenza è stato il primo album, “Virale”, incentrato sulla paura. Questa volta l’idea era quella di spingersi più in là: il progetto era ben chiaro fin dall’inizio e questo è stato un vantaggio enorme rispetto allo sviluppo del primo concept che è nato durante la scrittura dei pezzi. Per questo album è stato diverso, direi che è stato studiato nei dettagli fin dall’inizio, senza tentennamenti o sbandate. A volte capita che qualche pezzo lo si faccia rientrare “a forza” nell’album cambiandone parzialmente il significato per renderlo compatibile con il resto delle canzoni. Qui non è successo e il risultato finale ne ha tratto giovamento dal punto di vista dell’architettura complessiva.

Ci spiegate questo parallelismo tra vita, stagioni e le stanze di una casa?

Molto semplice. Abbiamo voluto immaginare la vita come una casa composta da varie stanze ciascuna delle quali è collegata a un corridoio centrale che simboleggia il tempo presente. Le stanze sono le stagioni della vita, sia del passato che del futuro. Ogni stanza può essere vissuta da chi ascolta come una stagione del passato o del futuro, a seconda dell’età nella quale si trova a vivere. Questo tipo di struttura tiene in considerazione il fatto che “i passi della vita” possono essere sezionati ed esaminati autonomamente e molto spesso si relazionano all’età anagrafica. Così ci sarà il rimpianto degli anni consumati a vivere inutilmente (“Un bagno di vita”, la terza età), la sensazione che l’amore sia giunto al crepuscolo (“Lame in soffitta” l’età di mezzo, i 50 anni) oppure il trauma dell’abbandono subito durante l’infanzia (“Sotto il tavolo in cucina”, l’infanzia). Tutti elementi in grado di porci degli interrogativi necessari per permanere all’interno della “casa”. Prima di prendere l’ultima porta, naturalmente.

Perché una casa, di solito luogo confortante e familiare, e non un’altra struttura o un’altra immagine?

Esattamente perché si tratta di un luogo che conosciamo bene, che rappresenta il qualche modo il concetto di protezione del nostro vivere quotidiano. Solitamente abbiamo un rapporto particolare con la casa dove abitiamo, quando ci trasferiamo impieghiamo molto tempo prima di affezionarci alla nuova abitazione, per sentirla veramente nostra. Dobbiamo personalizzarla, renderla viva e conforme alla nostra immagine. Anche le singole stanze sono percepite e vissute normalmente in maniera differente, abbiamo un rapporto particolare con ciascuna di esse. Vivere in una casa è un po’ come vivere con una persona, proiettiamo su di essa una parte di noi stessi. In definitiva: quale migliore ambientazione per parlare del tempo e della vita?

Traum vuole essere un disco che racconta semplicemente delle sensazioni o che insegna anche qualcosa sulla vita?

Nessuna delle due cose. Vuole essere uno stimolo al pensiero, un pungolo a considerare le cose che viviamo in maniera meno superficiale. Trovo terribile che la vita scorra senza consapevolezza delle cose che ci accadono, a volta sembra che queste siano vissute da noi come “catapultate dal destino” e di conseguenza non ce ne curiamo con il giusto grado di attenzione. Il nostro futuro dipende da come abbiamo vissuto il nostro passato e immaginare il futuro è esercizio necessario per prepararsi a quello che può succedere, senza che gli eventi ci travolgano come un cane in tangenziale. Quindi nessun insegnamento, solo un “alert” sulla necessità di non considerare la nostra vita un semplice incidente di percorso, dove tutto è imprevedibile e imponderabile.

Come componete in genere?

Come un milione di altri gruppi, almeno penso. Ci sono idee personali, giri armonici, riff che vengono proposti in sala prove. Da lì parte la parte più eccitante di tutto il processo, vale a dire il meccanismo di incastri degli arrangiamenti. Molto spesso è questa la parte più delicata, un riff o un giro di chitarra possono avere delle potenzialità ma se non si riesce a “costruire” un pezzo tutto cade nel vuoto. Il testo è qualcosa di diverso, viene incollato in ultima battuta con piccole correzioni di metrica in funzione della struttura della parte musicale. Ormai il meccanismo è collaudato ma ci sono sempre aspetti che non si riesce a tenere sotto controllo durante la composizione, imprevisti e piccoli eventi che a volte sparigliano le carte in tavola. E questo è un vantaggio, un bene.

C’è un brano o una frase a cui siete particolarmente legati? E perché?

Parlando dell’ultimo disco ci piace molto suonare “Un bagno di vita”, è proprio divertente… a tratti liberatorio. L’incedere è molto “tirato”, il basso è sostituito integralmente da bordate di synth e le chitarre sono davvero particolari. Proprio in questo pezzo c’è una frase alla quale sono molto affezionato: “Li riconosci quei momenti perfetti? Oppure li vedi solo quando è il ricordo a mordere ogni istante?”. Queste parole rappresentano la necessità di evitare il rimpianto a tutti i costi, l’assoluta esigenza di capire la bellezza del momento nell’istante preciso in cui questo “esplode”. Se poi si ha la fortuna di vivere “un momento perfetto” e allo stesso modo comprenderlo in quanto tale proprio in quel frangente, allora si può tranquillamente pensare di aver fatto un’esperienza che “vale una vita intera”. Non sono in tanti, purtroppo, ad avere questa fortuna.

Nei prossimi progetti volete tenere sempre questa direzione o state pensando di cambiare qualcosa?

Troppo presto per dirlo. Qualche idea effettivamente frulla nella testa. Il punto di partenza sta nella nuova consapevolezza di suono che ci ha portato Traum, nel modo in cui Xabier ci ha indirizzato in fase di registrazione. L’utilizzo di ritmiche spezzate e un maggiore coinvolgimento del synth potrebbero essere delle strade percorribili, ma quello che importa veramente è trovare un nuovo filone di imprevedibilità che potrebbe rivelarsi determinante per un prossimo – possibile – terzo disco.

#FollowtheNoise…

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