FRANCESCO RENGA – “Il meglio di me”
Dopo cinque giorni certi brani cambiano faccia. Alcuni crescono, altri si sgonfiano, altri ancora ti entrano in testa senza chiedere permesso. Questo brano resta lì. Non peggiora, non esplode. Rimane.
È un pop sentito, costruito bene, che mette in luce – ancora una volta – le capacità vocali di Renga. Il timbro c’è, la potenza pure.
A livello interpretativo però parte un po’ scollato. Poco intenso, poco coinvolto, quasi in modalità riscaldamento. Poi si scioglie, trova il centro, e l’esibizione prende forma. Ma non è un momento che accende il Festival.
CHIELLO – “Ti penso sempre”
A noi questo brano e tutto il percorso sanremese di Chiello convincono. Non è il più allineato, non è il più “perfetto”, non è quello che sembra nato per stare lì.
È un outsider. Non conformato. A tratti fuori contesto. Ma è lui al 100%. E questa cosa oggi vale più di tante performance impeccabili.
Non prova a sembrare qualcun altro, non addolcisce gli spigoli per piacere a tutti. Porta la sua attitudine, la sua fragilità, la sua estetica.
E a noi piace.
Perché l’artisticità genuina non si costruisce. O ce l’hai, o no. E lui ce l’ha.
RAF “Ora e per sempre”
Raffaele è un grande artista, ma prima ancora un grande uomo. E questo Sanremo ha avuto un sapore diverso.
Non è stato solo palco, classifica, performance. È stato celebrazione. Della sua famiglia, di ciò che per lui è più chiaro e solido.
Ha scritto il brano con il figlio. Ha ospitato la figlia nella serata cover. Ha celebrato la moglie nell’ultima sera, musa ispiratrice della canzone. Un cerchio che si chiude davanti a tutti.
Al di là del risultato, questa è la vera narrazione del suo Festival.
E a volte il valore sta proprio lì, più che in un piazzamento.
BAMBOLE DI PEZZA – “Resta con me”
Nulla di eccessivamente originale nella composizione, vero. Ma l’insieme funziona. E funziona forte.
Ottimo suono, compatto, centrato. Bella energia, mai fuori controllo. Presenza on stage sicura, credibile, senza forzature. Si vede che non sono capitate lì per caso.
Questo Sanremo potrebbe consacrare davvero la loro popolarità. Perché quando un progetto è solido e coerente, il palco grande non lo mette in crisi: lo amplifica.
E chissà che alla fine di tutto, Cleo non si faccia anche una bella risata 🙂
LEO GASSMANN – “Naturale”
Sul brano e su Leo abbiamo già detto molto. Ma nell’ultima serata si è visto qualcosa di diverso.
È stanco, un filo scollegato, a tratti perso. L’esibizione resta corretta, ma è sotto tono. E quando cala lui, cala tutto.
La magia si affievolisce, l’intensità si abbassa. Questo però dice una cosa importante: c’è tantissimo di Leo dentro questo brano. Non è una canzone che cammina da sola. Vive della sua energia.
Se lui fa un passo indietro, il pezzo crolla.
Ed è insieme un limite e un grande complimento.
MALIKA AYANE – “Animali notturni”
Niente, più lo ascolto e più mi sembra sospeso su un filo sottilissimo tra momento iconico e trash elegante. E quando stai su quel filo, o voli… o scivoli.
Malika resta impeccabile: vocalità enorme, controllo, gusto. Ma proprio per questo il brano sembra piccolo rispetto al suo potenziale espressivo. È come avere un motore da Formula 1 e usarlo in seconda marcia.
Non è brutto. È che si consuma in fretta. Dopo qualche ascolto perde spessore, non cresce, non si stratifica.
Per un’artista con una tavolozza di colori così ampia, questa proposta resta un po’ sottodimensionata. E sì, scade prima del previsto.
TOMMASO PARADISO – “I romantici”
Tommaso ha una qualità rara: è cinematografico per natura. Scrive per immagini, per atmosfere, per finali che restano sospesi nell’aria.
E questo brano ha proprio quell’anima lì. Non è da apertura roboante, è da titoli di coda. Luci che si abbassano, pubblico che esce piano, e una canzone che accompagna i pensieri.
Non è il pezzo più potente in gara, ma è uno di quelli che chiudono un cerchio.
Ed è perfettamente degno di essere il brano dei titoli di coda di questo Festival.
J-AX – “Italia starter pack”
Per godercelo davvero, forse servirebbe un giro di sano alcool. Perché al terzo ascolto l’effetto sorpresa è già evaporato.
La prima volta spiazza, la seconda diverte, la terza… capisci il meccanismo. È un brano che vive di impatto immediato, di ironia e di atmosfera. Ma non ha molta benzina nel serbatoio.
Resta il personaggio, resta il momento.
La canzone, un po’ meno.
LDA & AKA 7EVEN – “Poesie clandestine”
Forse alla fine è uno dei brani che resterà di più di questo Festival.
Leggero, sì. Ma leggero non vuol dire superficiale. È ben costruito, ben prodotto, con una linea melodica che si appoggia bene e non ti molla facilmente.
Sul palco funziona perché loro due l’hanno affrontato con l’attitudine giusta: seri, concentrati, ma senza quella rigidità da “esame di maturità”. Si sono presi sul serio senza prendersi troppo sul serio.
E a volte è proprio questo equilibrio che fa durare una canzone più di tante dichiarazioni d’intenti.
SERENA BRANCALE – “Qui con me”
Niente, neanche alla terza Red Bull bevuta in Sala Stampa riesco a entrare in questo brano.
Poi, come già successo con altri, dopo aver letto le nostre pagelle – perché ormai è evidente che le leggono – qualcosa è cambiato.
Stasera Serena ha fatto esattamente quello che chiedevamo da giorni: si è lasciata andare. Ha sporcato, ha rischiato, ha mollato un po’ il controllo. E improvvisamente il brano ha iniziato a respirare.
Quando l’emozione prende il sopravvento sulla tecnica, lei diventa molto più vera. E molto più potente.
Non servivano altre note perfette.
Serviva verità. E finalmente è arrivata.
PATTY PRAVO – “Opera”
Un Sanremo tutto sommato buono per la ragazza del Piper. Presenza, aura, quella distanza elegante che solo le vere dive sanno mantenere.
Il brano è intenso, ben costruito, e sul palco è stato realizzato con misura e classe. Patty non forza nulla, non rincorre, non dimostra. Sta. E basta quello.
Resta però in un equilibrio sottilissimo tra diva e bambola di cera. A volte sembra intoccabile, quasi cristallizzata nella propria iconografia.
Ma è anche questo il punto.
Specie protetta. E certe specie non si discutono: si osservano con rispetto.
SAL DA VINCI – “Per sempre sì”
Guarda se vince, eh! (Previsione delle 22:20 del 28 Febbraio 2026 mentre scrivevamo le pagelle ascoltando le canzoni. E pienamente azzeccata!)
Al di là delle battute, sarebbe una bella storia per lui e per la sua carriera. Un artista che ha fatto il suo percorso, tra alti e bassi, e che oggi si ritrova lì, ancora in piedi.
E in una giornata come questa, in cui fuori dal palco inizia l’ennesima guerra e l’aria si fa pesante, quel momento di spensieratezza è arrivato al momento giusto.
Non cambierà il mondo.
Ma per tre minuti lo ha reso un po’ più leggero. E non è poco.
Pagelle Sanremo 2026 Serata Finale: promossi, rimandati e sopravvissuti
Dopo una settimana densa, siamo giunti alla serata Finale di Sanremo 2026. Vi abbiamo raccontato il Festival dal nostro punto di vista con pagelle e commenti più o meno taglienti, nel tentativo di andare oltre l’effetto del momento e capire cosa sarebbe rimasto davvero.
Abbiamo parlato di identità, di coerenza, di brani che crescono e di altri che si sgonfiano. Abbiamo assistito a performance impeccabili ma forse troppo fredde, e ad imperfezioni più vere di tante esecuzioni perfette.
Abbiamo scritto le nostre pagelle durante la serata finale, prima che venisse proclamato il vincitore poi risultato essere Sal Da Vinci. Per questo raccontano il Festival nel momento esatto in cui accadeva, senza il filtro del risultato definitivo.
Le nostre Pagelle per la serata Finale di Sanremo 2026
FRANCESCO RENGA – “Il meglio di me”
Dopo cinque giorni certi brani cambiano faccia. Alcuni crescono, altri si sgonfiano, altri ancora ti entrano in testa senza chiedere permesso. Questo brano resta lì. Non peggiora, non esplode. Rimane.
È un pop sentito, costruito bene, che mette in luce – ancora una volta – le capacità vocali di Renga. Il timbro c’è, la potenza pure.
A livello interpretativo però parte un po’ scollato. Poco intenso, poco coinvolto, quasi in modalità riscaldamento. Poi si scioglie, trova il centro, e l’esibizione prende forma. Ma non è un momento che accende il Festival.
CHIELLO – “Ti penso sempre”
A noi questo brano e tutto il percorso sanremese di Chiello convincono. Non è il più allineato, non è il più “perfetto”, non è quello che sembra nato per stare lì.
È un outsider. Non conformato. A tratti fuori contesto. Ma è lui al 100%. E questa cosa oggi vale più di tante performance impeccabili.
Non prova a sembrare qualcun altro, non addolcisce gli spigoli per piacere a tutti. Porta la sua attitudine, la sua fragilità, la sua estetica.
E a noi piace.
Perché l’artisticità genuina non si costruisce. O ce l’hai, o no. E lui ce l’ha.
RAF “Ora e per sempre”
Raffaele è un grande artista, ma prima ancora un grande uomo. E questo Sanremo ha avuto un sapore diverso.
Non è stato solo palco, classifica, performance. È stato celebrazione. Della sua famiglia, di ciò che per lui è più chiaro e solido.
Ha scritto il brano con il figlio. Ha ospitato la figlia nella serata cover. Ha celebrato la moglie nell’ultima sera, musa ispiratrice della canzone. Un cerchio che si chiude davanti a tutti.
Al di là del risultato, questa è la vera narrazione del suo Festival.
E a volte il valore sta proprio lì, più che in un piazzamento.
BAMBOLE DI PEZZA – “Resta con me”
Nulla di eccessivamente originale nella composizione, vero. Ma l’insieme funziona. E funziona forte.
Ottimo suono, compatto, centrato. Bella energia, mai fuori controllo. Presenza on stage sicura, credibile, senza forzature. Si vede che non sono capitate lì per caso.
Questo Sanremo potrebbe consacrare davvero la loro popolarità. Perché quando un progetto è solido e coerente, il palco grande non lo mette in crisi: lo amplifica.
E chissà che alla fine di tutto, Cleo non si faccia anche una bella risata 🙂
LEO GASSMANN – “Naturale”
Sul brano e su Leo abbiamo già detto molto. Ma nell’ultima serata si è visto qualcosa di diverso.
È stanco, un filo scollegato, a tratti perso. L’esibizione resta corretta, ma è sotto tono. E quando cala lui, cala tutto.
La magia si affievolisce, l’intensità si abbassa. Questo però dice una cosa importante: c’è tantissimo di Leo dentro questo brano. Non è una canzone che cammina da sola. Vive della sua energia.
Se lui fa un passo indietro, il pezzo crolla.
Ed è insieme un limite e un grande complimento.
MALIKA AYANE – “Animali notturni”
Niente, più lo ascolto e più mi sembra sospeso su un filo sottilissimo tra momento iconico e trash elegante. E quando stai su quel filo, o voli… o scivoli.
Malika resta impeccabile: vocalità enorme, controllo, gusto. Ma proprio per questo il brano sembra piccolo rispetto al suo potenziale espressivo. È come avere un motore da Formula 1 e usarlo in seconda marcia.
Non è brutto. È che si consuma in fretta. Dopo qualche ascolto perde spessore, non cresce, non si stratifica.
Per un’artista con una tavolozza di colori così ampia, questa proposta resta un po’ sottodimensionata. E sì, scade prima del previsto.
TOMMASO PARADISO – “I romantici”
Tommaso ha una qualità rara: è cinematografico per natura. Scrive per immagini, per atmosfere, per finali che restano sospesi nell’aria.
E questo brano ha proprio quell’anima lì. Non è da apertura roboante, è da titoli di coda. Luci che si abbassano, pubblico che esce piano, e una canzone che accompagna i pensieri.
Non è il pezzo più potente in gara, ma è uno di quelli che chiudono un cerchio.
Ed è perfettamente degno di essere il brano dei titoli di coda di questo Festival.
J-AX – “Italia starter pack”
Per godercelo davvero, forse servirebbe un giro di sano alcool. Perché al terzo ascolto l’effetto sorpresa è già evaporato.
La prima volta spiazza, la seconda diverte, la terza… capisci il meccanismo. È un brano che vive di impatto immediato, di ironia e di atmosfera. Ma non ha molta benzina nel serbatoio.
Resta il personaggio, resta il momento.
La canzone, un po’ meno.
LDA & AKA 7EVEN – “Poesie clandestine”
Forse alla fine è uno dei brani che resterà di più di questo Festival.
Leggero, sì. Ma leggero non vuol dire superficiale. È ben costruito, ben prodotto, con una linea melodica che si appoggia bene e non ti molla facilmente.
Sul palco funziona perché loro due l’hanno affrontato con l’attitudine giusta: seri, concentrati, ma senza quella rigidità da “esame di maturità”. Si sono presi sul serio senza prendersi troppo sul serio.
E a volte è proprio questo equilibrio che fa durare una canzone più di tante dichiarazioni d’intenti.
SERENA BRANCALE – “Qui con me”
Niente, neanche alla terza Red Bull bevuta in Sala Stampa riesco a entrare in questo brano.
Poi, come già successo con altri, dopo aver letto le nostre pagelle – perché ormai è evidente che le leggono – qualcosa è cambiato.
Stasera Serena ha fatto esattamente quello che chiedevamo da giorni: si è lasciata andare. Ha sporcato, ha rischiato, ha mollato un po’ il controllo. E improvvisamente il brano ha iniziato a respirare.
Quando l’emozione prende il sopravvento sulla tecnica, lei diventa molto più vera. E molto più potente.
Non servivano altre note perfette.
Serviva verità. E finalmente è arrivata.
PATTY PRAVO – “Opera”
Un Sanremo tutto sommato buono per la ragazza del Piper. Presenza, aura, quella distanza elegante che solo le vere dive sanno mantenere.
Il brano è intenso, ben costruito, e sul palco è stato realizzato con misura e classe. Patty non forza nulla, non rincorre, non dimostra. Sta. E basta quello.
Resta però in un equilibrio sottilissimo tra diva e bambola di cera. A volte sembra intoccabile, quasi cristallizzata nella propria iconografia.
Ma è anche questo il punto.
Specie protetta. E certe specie non si discutono: si osservano con rispetto.
SAL DA VINCI – “Per sempre sì”
Guarda se vince, eh! (Previsione delle 22:20 del 28 Febbraio 2026 mentre scrivevamo le pagelle ascoltando le canzoni. E pienamente azzeccata!)
Al di là delle battute, sarebbe una bella storia per lui e per la sua carriera. Un artista che ha fatto il suo percorso, tra alti e bassi, e che oggi si ritrova lì, ancora in piedi.
E in una giornata come questa, in cui fuori dal palco inizia l’ennesima guerra e l’aria si fa pesante, quel momento di spensieratezza è arrivato al momento giusto.
Non cambierà il mondo.
Ma per tre minuti lo ha reso un po’ più leggero. E non è poco.
ELETTRA LAMBORGHINI – “Voilà”
Più la ascolto, più la dimentico. Ed è già un indizio.
La simpatia di Elettra resta intatta, il personaggio funziona, l’energia pure. Ma il brano… è una trashata cosmica da “festini bilaterali”. Di quelli che a mezzanotte sembrano geniali e alle due non ricordi neanche il ritornello.
ERMAL META – “Stella stellina”
Questo è uno di quei brani che, oggi più che mai, acquista un peso diverso. Diventa necessario.
Dentro questo Festival, tra luci e classifiche, porta una parola che prova a restare umana mentre fuori soffiano venti di guerra. E già solo questo conta.
Fa impressione però pensare che neppure le canzoni, a volte, riescano più a scuotere le coscienze di chi governa il mondo. La musica può accendere, può unire, può ricordarci chi siamo. Ma non sempre basta.
Eppure resta uno spazio di resistenza.
E brani come questo servono proprio a non farci abituare al rumore di fondo.
DITONELLAPIAGA – “Che fastidio!”
A questo punto, per noi, dovrebbe vincere lei. Perché nel livello medio di questa gara è una spanna sopra. È fenomenale, e lo ha dimostrato in modo clamoroso nella serata cover, dove ha trionfato senza discussioni.
Il palco lo domina. L’identità è chiarissima. Personalità, ritmo, costruzione: tutto ha un impatto forte, immediato.
Il dubbio resta sul brano. È potente come momento di show, funziona per energia e carattere. Ma non è uno di quei pezzi che tra cinque anni ti ritrovi a cantare senza accorgertene.
È un colpo scenico riuscito.
La domanda è: basta quello per vincere? Vediamo.
NAYT – “Prima che”
Probabilmente in questa edizione non è arrivato a tutti. Soprattutto a una certa generazione che fatica ad entrare nel suo linguaggio.
Ma lui è bravo. Intenso, profondo, coerente. E per un’altra generazione è un riferimento fondamentale, uno di quelli che ha dato parole a emozioni difficili da spiegare.
Stasera è stato meno controllato, meno preciso. Qualche sbavatura c’è stata. Ma ci sta. Anzi, forse è stato proprio un gesto di liberazione.
Perché quando togli un po’ di controllo e lasci entrare più verità, anche l’imperfezione diventa parte del racconto.
ARISA – “Magica favola”
Arisa è sempre lì: precisa, comunicativa, centrata. Vocalmente impeccabile, capace di tenere il palco con una naturalezza che pochi hanno. È il tipo di artista che su palchi così non solo ci sta…li merita.
Però il brano ha un retrogusto un po’ anacronistico. Sembra arrivare da un’altra stagione, da un’altra grammatica emotiva. Funziona, sì. Ma non dialoga davvero con l’oggi.
Lei è perfetta.
La canzone, un po’ meno contemporanea.
SAYF – “Tu mi piaci tanto”
Questo ragazzo uscirà bene da questo Sanremo. Non perché vincerà per forza, non perché questo brano scalerà le classifiche…ma per quello che rappresenta.
Sayf ha stile, attitudine, un modo personale di stare sul palco che non sembra costruito. E questo, nel mainstream di oggi, è oro.
Forse non sarà questo pezzo a segnare la svolta.
Ma sarà lui, con il suo linguaggio e la sua identità, a delineare una nuova linea nel panorama nazionale.
Provare per credere. Tra un po’ ci ritroveremo a dire: “era chiaro già da lì”.
LEVANTE – “Sei tu”
Finalmente ce l’abbiamo fatta. Ci siamo arrivati.
Abbiamo riconosciuto l’attitudine di Levante: grinta, graffio, ma anche quella profondità emotiva che non è mai solo superficie. È un diesel. Parte piano, sembra trattenuta… poi ingrana e non la fermi più.
Il brano non è tra i suoi migliori, questo resta. Non è la vetta del suo repertorio.
Ma alla fine il fuoco è uscito.
E quando Levante trova quell’equilibrio tra rabbia e fragilità, torna ad essere esattamente ciò che deve essere.
FEDEZ & MASINI – “Male necessario”
Ci sono alcune cose che continuano a non funzionare e si ripetono anche in questa performance.
Il cantato di Fedez è impreciso, nella parte rappata tende a tirare in avanti, come se volesse anticipare tutto. Masini, per compensare, finisce per spingere troppo. E quando uno accelera e l’altro rincorre, l’equilibrio salta.
Il risultato non è bilanciato né musicalmente né emotivamente. L’intenzione c’è, ma il messaggio arriva confuso. Non è chiaro dove voglia atterrare.
Detto questo, al pubblico piace. La coppia funziona in termini di impatto e consenso.
Ma tra consenso e coerenza emotiva, la differenza si sente.
SAMURAI JAY – “Ossessione”
È un brano che probabilmente avrà la sua storia su altri circuiti. Playlist mirate, contesti più affini, palchi dove quell’energia trova il suo habitat naturale.
Qui, a nostro avviso, è folklore. Colore. Movimento in scaletta. E ci sta, perché un Festival ha bisogno anche di questo.
Però resta fine a sé stesso. Non dialoga davvero con il contesto, non lascia una traccia emotiva forte.
È un momento.
Non un capitolo.
MICHELE BRAVI – “Prima o poi”
Bellissima voce, che è lo specchio di un’anima altrettanto bella. L’emozione si percepisce, eccome. Le sfumature ci sono, e sono quelle che solo gli artisti sensibili sanno maneggiare.
Il problema è che il brano non è cucito addosso alla sua qualità vocale. L’arrangiamento è troppo pieno, troppo invasivo, e finisce per inghiottire proprio quella delicatezza che dovrebbe emergere.
Non è una questione di talento. È una questione di messa a fuoco. Così com’è, l’ascolto diventa quasi faticoso, poco naturale, poco spontaneo.
C’è oro.
Ma è nascosto sotto troppi strati.
FULMINACCI – “Stupida fortuna”
Regala quella leggerezza elegante ma popolare, spontanea, quasi disarmante. È una leggerezza che non è superficialità, è purezza.
Non forza, non dimostra, non urla. Sembra tutto naturale, e proprio per questo funziona. È spensierato ma mai vuoto.
Questa cosa piace. Perché in mezzo a tanta costruzione e strategia, la spontaneità si riconosce subito.
Questo Festival gli porterà bene.
Perché quando resti te stesso e riesci comunque ad arrivare, è sempre un buon segno.
LUCHÈ – “Labirinto”
Il brano ha il suo perché, l’idea c’è, l’atmosfera pure. Ma cantato così diventa un po’ una nenia. Ti avvolge… e poi ti ipnotizza troppo.
A noi Luchè piace, ha identità, ha un mondo sonoro riconoscibile. Però qui sembra stare un passo dietro al pezzo, non davanti. Non lo guida, lo accompagna.
E nelle varie serate non ha mai davvero cambiato marcia. Sempre su quella linea, sempre su quel mood. Coerente, sì. Ma anche un po’ piatto.
Il brano potrebbe fare di più.
Servirebbe uno scatto. Vero.
TREDICI PIETRO – “Uomo che cade”
Oggi ho capito una cosa semplice ma decisiva: è l’unico brano di cui mi è rimasto il ritornello in testa. E non perché me lo sia imposto. È venuto da solo. E quando succede così, vuol dire che funziona.
Tredici Pietro ha un bel brano. Lui funziona bene, ha carattere, presenza, una sua idea precisa. È della stessa squadra di Sayf: quegli artisti che stanno aggiornando il concetto di cantautorato, contaminandolo senza snaturarlo.
Ora però parliamo chiaro: deve lavorare sulla tecnica vocale. Lo strumento suona bene, il timbro è interessante, ma non è ancora allenato come dovrebbe. E se vogliamo vederti in tour, con date vere e palco grande… serve fiato, controllo, resistenza.
Il talento c’è.
Adesso tocca sostenerlo con la tecnica.
MARA SATTEI – “Le cose che non sai di me”
Si è sciolta, e si è visto. Giorno dopo giorno, gradualmente, ha lasciato andare quella rigidità iniziale e qualcosa ha iniziato ad emergere.
La qualità c’è sempre stata. Ora si intravede anche una personalità che prova a farsi spazio, meno trattenuta, più consapevole.
Il punto adesso è la costanza. Consolidare quella direzione, non cambiare pelle a ogni uscita, scegliere una strada chiara e percorrerla fino in fondo.
Il potenziale c’è.
Adesso serve una linea precisa. Ed essere in grado di tenerla.
DARGEN D’AMICO – “AI AI”
Il groove c’è, e si muove bene. Il testo è intelligente, stratificato, perché Dargen è un artista intelligente, completo, sensibile. Non scrive mai per riempire spazio.
Questo brano però non ha l’intensità di certi suoi lavori precedenti. Non c’è quella scintilla che ti costringe a fermarti. Ed è probabile che non lo spinga verso le primissime posizioni della classifica.
Ma attenzione: non è un passo indietro. È un consolidamento. È la conferma di una cifra artistica precisa, di un talento che non ha bisogno di urlare per esistere.
Magari non è il picco.
Ma è la prova che Dargen è lì per restare.
ENRICO NIGIOTTI – “Ogni volta che non so volare”
Lui è bravo, su questo non si discute. Ha una voce che da sola riesce a creare emozione, anche senza troppe sovrastrutture.
Il problema è che il brano non lo sostiene fino in fondo. Gli spunti ci sono, le intenzioni pure, ma l’evoluzione della composizione non è del tutto efficace. Parte con una promessa, poi si assesta senza mai davvero esplodere.
MARIA ANTONIETTA & COLOMBRE – “La felicità e basta”
È entrato in punta di piedi, senza clamore, senza bisogno di farsi notare a tutti i costi. E proprio per questo rischia di restare tra i più memorabili.
È uno di quei brani che non ti travolge subito, ma si deposita piano. Sedimenta. E quando te ne accorgi, è già lì, nel cuore di chi magari non conosceva questi due artisti — che esordienti non sono affatto.
Hanno portato delicatezza, misura, complicità vera. Senza effetti speciali, solo sostanza. Bravi.
EDDIE BROCK – “Avvoltoi”
Il brano, in sé, potrebbe anche stare in piedi. Ha un suo perché, un’idea, una direzione.
Il problema è la gestione. Non riesce a cantarlo con la solidità necessaria. Urla, spinge, forza le dinamiche senza mantenere qualità vocale. È tutto sempre al massimo, sempre sopra la linea. E quando è tutto forte, niente è davvero intenso.
Così l’esibizione perde proprio quello che dovrebbe avere: profondità e capacità comunicativa.
Lo ripetiamo: è successo tutto troppo presto per Eddie Brock. Non per talento, ma per maturità tecnica e controllo.
Ed è un peccato vero.
Perché le qualità ci sarebbero. Ma vanno costruite, senza bruciare le tappe.
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