Dalla Sala Stampa Lucio Dalla analizziamo la seconda serata del Festival di Sanremo 2026. Sul palco le semifinali delle Nuove Proposte e quindici tra i Big tornati all’Ariston per il secondo ascolto dei brani in gara.
La 76ª edizione del Festival di Sanremo cambia passo.
La seconda serata non serve più a rompere il ghiaccio: serve a capire chi sa nuotare davvero.
Quasi cinque ore di musica, semifinali delle Nuove Proposte, quindici Big in gara e una classifica provvisoria in ordine sparso che inizia a dare una direzione concreta al Festival.
Se la prima sera era stata una dichiarazione d’intenti, questa è stata una verifica.
Meno curiosità, più responsabilità.
Meno debutto, più tenuta.
E quando l’effetto novità si spegne, resta solo una cosa: la sostanza.
La gara dei Giovani:
talento e identità da costruire
Le Nuove Proposte non sono un intermezzo o un’apertura. Sono un test di maturità.
E quest’anno il livello medio è stato sorprendentemente alto.
Nicolò Filippucci e Angelica Bove hanno conquistato la finale con due esibizioni diverse per linguaggio, ma accomunate da una cosa fondamentale: coerenza tra brano e interprete. Quando voce, scrittura e presenza si allineano, il risultato si vede. E si sente.
Blind, El Ma & Soniko e Mazzariello hanno mostrato percorsi differenti, entrambi interessanti ma ancora in fase di definizione. C’è energia, c’è scrittura, c’è personalità. In alcuni casi però manca ancora un centro stabile, un’identità che non sembri assemblata ma inevitabile.
Le nostre Pagelle dedicate alle Nuove Proposte:
NICOLÒ FILIPPUCCI – “Laguna”
Nicolò ha tutto quello che serve: preparazione, tecnica solida, presenza scenica elegante senza bisogno di strafare. Sta sul palco con rispetto, misura, intelligenza. E oggi non è scontato.
Il brano è forte di suo, scritto con ambizione e struttura. Ma è lui che gli dà la spinta vera. Lo abita, non lo esegue. E si sente che gli è cucito addosso come un abito fatto su misura.
L’unico vero rammarico? Non vederlo tra i Big. Perché con una proposta così avrebbe potuto giocarsela molto in alto.
Qui non c’è molto da correggere. Solo una cosa da fare: continuare così. E alzare ancora l’asticella.
BLIND, EL MA & SONIKO – “Nei miei DM”
Personalmente li abbiamo conosciuti e la genuinità c’è, eccome se c’è. Sono tre ragazzi veri, con un’energia pulita e contagiosa che dal vivo arriva senza filtri.
Il problema è che questa autenticità non si traduce ancora in una proposta artistica altrettanto solida. Il progetto suona acerbo, scollato, come se le idee non avessero ancora trovato un centro comune.
Dal punto di vista tecnico ci sono margini evidenti di crescita, ma è soprattutto sul piano artistico che si sente qualcosa di costruito, quasi un’operazione pensata più a tavolino che maturata nel tempo.
Ora serve definire un’identità meno assemblata e più vissuta. Più vera.
MAZZARIELLO – “Manifestazione d’amore”
Mazzariello è cantautorato allo stato puro. Fresco, credibile, spontaneo. Zero sovrastrutture, zero pose studiate davanti allo specchio.
La forma canzone è classica nel senso più nobile: costruzione chiara, melodia che cammina da sola, con quegli echi beatlesiani che non suonano mai come copia ma come cultura musicale digerita bene. C’è una purezza disarmante, sì, ma non ingenua.
È uno di quei casi in cui la semplicità è una scelta consapevole, non una mancanza di ambizione.
E diciamolo: certe nuove proposte, per scrittura e identità, dovrebbero essere materiale di studio per parecchi Big.
ANGELICA BOVE – “Mattone”
Quest’anno Angelica ha centrato il punto esatto in cui talento e brano si incontrano davvero. Non è solo una buona interprete con una buona canzone: è un equilibrio raro tra capacità innata e materiale che la valorizza.
Emoziona per sottrazione. Non forza, non carica, non eccede. È come se vestisse il brano con naturalezza, senza mai farlo sembrare troppo grande o troppo piccolo per lei.
Ricorda la prima L’Aura: quella delicatezza che non ti travolge ma ti smuove dentro, piano, quasi senza accorgertene. Cantautrici che non hanno bisogno di toccarti per lasciarti un segno.
Qui c’è centralità, maturità e consapevolezza. E quando tutto si allinea così, non è mai un caso.
Le canzoni dei Big in gara
PATTY PRAVO – “Opera”
Anche al riascolto il brano regge, e già questo è un ottimo segnale. La proposta è solida, il brano è scritto bene e soprattutto è cucito addosso a Patty con intelligenza.
Non la costringe, non la mette in difficoltà, non le chiede di dimostrare nulla. La guida. Le permette di essere sensuale, elegante, profonda senza dover strafare o rincorrere l’emozione.
È come se fosse il brano a prendere per mano l’interprete e accompagnarla in un viaggio emozionale intenso ma controllato. E quando Patty può semplicemente essere Patty, tutto funziona con naturalezza quasi disarmante.
LDA & AKA 7EVEN – “Poesie clandestine”
Il brano è costruito con mestiere, e si sente. È uno di quei pezzi che nascono già con il costume da bagno sotto il cappotto: destinazione estate abbastanza evidente.
Loro come duo funzionano. Si bilanciano, non si rubano spazio, si divertono davvero. E più salgono sul palco, più sembrano sciogliersi e prenderci gusto. La chimica è credibile, non forzata.
Il genere può piacere o no, quello è soggettivo. Ma la solidità dell’operazione è oggettiva: struttura chiara, hook immediato, dinamiche pensate per funzionare live e in radio.
Non sarà rivoluzione culturale.
Ma come proposta pop è difficile dire che non sia centrata.
ENRICO NIGIOTTI – “Ogni volta che non so volare”
Ha un timbro che riconosci al buio. Ti avvolge, ti prende per mano e ti racconta una storia che sembra vera anche se non lo è. Intenso, ruvido, ma con quella rassicurazione di fondo che è il suo marchio di fabbrica.
Il problema – se così vogliamo chiamarlo – non è lui. È la cornice.
L’arrangiamento, così classico e pieno, finisce per appesantire un’emozione che è già densa di suo. Quando il sentimento ha un peso specifico così alto, la produzione dovrebbe fare il contrario: alleggerire, creare aria, far respirare le parole.
Qui invece tutto resta molto carico. E il risultato è un brano intenso, sì, ma talmente pregno che fatica a prendere il volo. C’è cuore, c’è verità. Manca un po’ di spazio per farla volare davvero.
TOMMASO PARADISO – “I romantici”
Il brano l’intensità ce l’ha, e si sente. L’eterno romantico, nostalgico-paraculo è un personaggio che funziona sempre: malinconia urbana, immagini semplici ma efficaci, quella scrittura che ti fa dire “ok, ci sono passato anch’io”.
Lo stile è quello, e sì, potrebbe tranquillamente essere un pezzo nelle corde di uno come Achille Lauro.
Il problema è la resa di stasera. Tommaso sembra un filo scollato dalla base, tira avanti sul tempo, come se trascinasse l’arrangiamento e l’intera orchestra. E l’effetto sulla voce (tap delay) è troppo presente, finisce per mangiarsi proprio quella fragilità che dovrebbe essere il cuore del pezzo.
ELETTRA LAMBORGHINI – “Voilà”
La simpatia non si discute. Il personaggio funziona, l’autoironia pure, e in TV sa stare benissimo. Ma qui siamo su un palco musicale, e le regole cambiano.
Il brano fatica a trovare una direzione precisa e, soprattutto, una motivazione forte che ne giustifichi la presenza in gara.
Non è una questione di gusto. È una questione di sostanza. Quando spegni le luci, togli la coreografia e resti solo con musica e voce, cosa rimane? Poco, troppo poco.
Con rispetto per il personaggio: musicalmente, questo spazio poteva raccontare un’altra storia.
ERMAL META – “Stella stellina”
Il significato è intenso, si sente che è vissuto e non scritto a tavolino. Il tema è importante, delicato, necessario. E proprio per questo da uno come Ermal Meta ci si aspetta un salto in più.
Perché quando scegli un argomento così complesso, non basta dirlo bene: devi farlo vibrare anche in chi normalmente resta indifferente. E chi può farlo meglio della musica?
Qui il testo c’è, è chiaro, diretto. Ma la musica non aggiunge strati, non amplifica, non scava più a fondo. Resta in superficie rispetto al peso delle parole. E quando hai una vocalità come la sua, capace di portare sfumature enormi, è un’occasione parzialmente sprecata.
Il messaggio arriva. Ma non travolge.
LEVANTE – “Sei tu”
Dopo aver letto le nostre pagelle – perché ovviamente le legge altrimenti non si spiega – Levante aggiusta il tiro e ci regala un’esibizione molto più memorabile della prima serata.
Qui il canto è liberatorio. E allora libera davvero tutto. La rabbia, le crepe, le imperfezioni. Lascia fluire, sporca, rischia pure di sbagliare o di strafare. In un brano così non è un difetto, è coerenza.
Questa volta non trattiene, non controlla troppo. Si concede. E quando lo fa, il pezzo respira meglio.
Perché in una canzone del genere non conta la perfezione chirurgica.
Conta il viaggio. E stavolta lo abbiamo fatto insieme a lei.
BAMBOLE DI PEZZA – “Resta con me”
Indiscutibilmente la rivelazione di questo Festival. E no, non perché abbiano inventato un nuovo genere.
Non c’è nulla di rivoluzionario, sia chiaro. Ma c’è qualcosa di molto più raro: credibilità. Nel loro genere stanno dritte, senza scuse e senza travestimenti.
Band solida, suono ben impostato, tutto incollato come si deve. Si ascoltano tra loro, si sostengono, comunicano. E questa coesione non si improvvisa.
Per un esordio sul palco dell’Ariston, tanta sostanza. Si sente che il progetto non nasce ieri in sala prove per “fare il Festival”, ma arriva da un percorso vero. E quando la strada l’hai fatta prima di arrivare qui, sul palco si vede.
CHIELLO – “Ti penso sempre”
È forse quello che ha avuto più coraggio a restare sé stesso. O forse è solo incoscienza ben calibrata. In ogni caso, non si è snaturato di un millimetro.
È rispettoso dell’occasione, sì. Ma resta pericolosamente vicino al confine del “fuori contesto”. E proprio lì sta la sua forza. Non prova ad adattarsi, non leviga gli spigoli per piacere a tutti.
Il risultato? Sta ottenendo consenso quasi come fosse fuori concorso. Come se giocasse un altro campionato.
Non è una questione di tecnicismi o di perfezione vocale. È credibilità pura. Fuori dagli schemi, ma dentro la propria identità. E quando sei così centrato, non sembri “diverso” per strategia: sembri nuovo perché lo sei davvero. Anche se, paradossalmente, stai solo avendo il coraggio di essere te stesso.
J-AX – “Italia starter pack”
È un momento talmente surreale che facciamo fatica persino a mettergli un’etichetta. Non sai se stai assistendo a un’illuminazione geniale o a una gigantesca presa per il cxxo.. Probabilmente entrambe.
Ci sta. Fa ridere, fa riflettere, ti spiazza. Ma è innegabile, funziona, soprattutto nell’ottica scaletta. Spezza, alleggerisce, crea un momento televisivo forte. E in uno show come questo, serve anche quello.
La differenza? J-AX è in una fase della vita in cui può permetterselo. Può osare, può ironizzare su sé stesso e sul sistema, senza dover dimostrare nulla a nessuno. E questo, piaccia o no, è potere e conquista artistica.
NAYT – “Prima che”
Quando si dice dare peso alla parola, Nayt è il manuale d’istruzioni.
Senso, significato, densità emotiva. Ogni frase ha un peso specifico, ogni pausa è voluta. Riempie la scena senza alzare la voce, senza correre, senza strafare. È uno di quei momenti in cui il tempo sembra rallentare e l’intensità sale al massimo… ma senza mai sforare.
Non c’è eccesso, non c’è teatro inutile. C’è solo un artista tremendamente sé stesso, con tutti i segni della vita addosso. L’introspezione non è compiacimento, è condivisione. Il viaggio interiore diventa specchio per chi ascolta. E quando succede questo, non stai solo cantando un bel brano, stai lasciando un segno.
FULMINACCI – “Stupida sfortuna”
Sulle capacità cantautorali non si discute. Fulminacci è genuino, e si sente. La scrittura ha quell’aria spontanea che sembra leggera ma è studiata con intelligenza.
Anche il concept visivo lo accompagna bene: la regia non invade, ma amplifica l’ispirazione dietro il brano. Tutto resta coerente con il suo mondo.
La canzone è leggera, positiva, accogliente. Ti porta per qualche minuto in una dimensione quasi dimenticata, una nostalgica spensieratezza che sfiora la commozione senza cercarla a tutti i costi.
Non è forse il suo brano più memorabile. Ma è un tassello coerente nel puzzle emotivo di Filippo, in arte Fulminacci. È uno che sa costruire percorsi, piccoli viaggi interiori, e renderli concreti. Tangibili. E questo non è mai poco.
FEDEZ & MASINI – “Male necessario”
Anche loro, evidentemente, hanno dato un’occhiata alle nostre pagelle. E hanno fatto bene.
Perché oggi è andata molto meglio: più solidità, più complicità, molto più equilibrio emotivo. Si sono ascoltati, si sono lasciati spazio, e l’insieme finalmente suona amalgamato. Non più due mondi che si incrociano, ma un dialogo.
La performance è più credibile, meno sbilanciata, meno isterica. C’è controllo, c’è misura.
Poi certo, Fedez al cantato sta un po’ come io al calcio: impegno massimo, ma ci vuole tempo.
Però oggi almeno si è visto un gioco di squadra.
DARGEN D’AMICO – “AI AI”
Dargen è uno degli artisti più intelligenti in circolazione oggi. E non solo nel senso “furbo” ma intelligente… ogni volta che si presenta, sai che dietro c’è un pensiero.
Non fa di tutto per esserci. Non rincorre il palco. Ma quando c’è, sposta l’aria nella stanza. Ogni performance ha un concept chiaro: musicale, sociale, spesso necessario. Nulla è lasciato al caso, nemmeno l’ironia.
E questa è una libertà che pochi possono permettersi: salire su un palco non per confermare un personaggio, ma per aggiungere un capitolo a un discorso più grande.
Piaccia o no, quando c’è Dargen non è mai solo una canzone. È una presa di posizione.
DITONELLAPIAGA – “Che fastidio!”
Niente da fare: lei spacca. Punto.
E non solo per il pezzo, ma perché è lei. Il concept è cucito addosso a Margherita in modo chirurgico. Estetica, attitudine, suono: tutto coerente, tutto pensato bene. È un’operazione realizzata a meraviglia.
È fottutamente credibile. Non c’è un secondo in cui sembri interpretare qualcosa che non le appartiene.
Il brano? Non è memorabile in senso “storico”. Non è quello che tra dieci anni citi come spartiacque. Ma funziona. Resta lì, ti gira in testa il giusto.
E diciamolo: in una discoteca rock lo ballerei senza pensarci troppo. A un suo concerto ci andrei volentieri. Quindi vince o no?





