La 76ª edizione del Festival di Sanremo è ufficialmente iniziata e la prima serata ha già delineato gerarchie, fragilità, sorprese e prime delusioni.
Quasi cinque ore di musica, ospiti, cambi d’abito, collegamenti e trenta Big in gara.
La Sala Stampa ha votato. Noi anche.
Ma con un criterio semplice: il palco dell’Ariston non è un talent, non è una prova generale e non è un festival estivo. È il banco di prova più esposto della musica italiana. E lì sopra si decide molto, se non tutto.
La prima parte della serata è trascorsa onestamente un po’ noiosa.
Al di là dell’apertura sapientemente affidata a Ditonellapiaga, che ha dato subito un’accelerazione, l’energia si è progressivamente appiattita. Buone intenzioni, meno scosse. Il Festival è sembrato per un bel pezzo ancora in fase di riscaldamento.
Poi è arrivato Tiziano Ferro, super ospite della serata.
Un momento fuori gara, con un peso specifico diverso, che ha inevitabilmente rialzato l’attenzione e riportato centralità al palco. Non è questione di confronto tra artisti, ma di esperienza e tenuta scenica: quando la macchina Festival si allinea, tutto scorre meglio.
Da lì in avanti la scaletta ha in qualche modo respirato di più. Più ritmo, più concentrazione, meno esitazioni. Coincidenza o effetto domino? Difficile dirlo. Ma la seconda metà della serata è stata decisamente più a fuoco.
C’è chi ha retto la pressione.
Chi è arrivato preparato.
Chi si è nascosto dietro l’arrangiamento.
Chi ha confuso l’intensità con il volume.
Chi ha pensato che bastasse il nome per cavarsela.
La prima serata non assegna il premio finale, ma indirizza il Festival, oltre che il presente della musica italiana.
E qualche segnale è già chiarissimo.
Le nostre pagelle della prima serata di Sanremo 2026
DITONELLAPIAGA – “Che fastidio!”
Ditonellapiaga è completamente fuori asse nel modo giusto: energia anarchica, carisma e un brano che spinge senza chiedere permesso. A livello di impatto funziona alla grande, ritmo serrato, produzione che non molla un secondo.
Ci è piaciuto? Sì, parecchio. Lei è pazza quanto basta per rendere tutto interessante e il pezzo indubbiamente spacca.
La vera domanda però è un’altra: alla fine del Festival ce lo ricorderemo per la melodia o solo per l’adrenalina del momento?
MICHELE BRAVI – “Prima o poi”
Michele porta un brano maturo. Forse così maturo da aver iniziato a fare la muffa sugli angoli.
L’intenzione è alta, l’intensità pure. Scrittura curata, atmosfera densa, tutto molto sentito. Il punto è che quando scegli un repertorio così carico, devi avere un motore vocale che regga il peso. Qui la voce resta un filo sotto rispetto all’ambizione del brano.
Non è una questione di paragoni ingombranti, è proprio equilibrio tra scrittura e resa. Il sentimento c’è, si percepisce. Ma tecnicamente la performance non sempre sostiene l’onda emotiva che il pezzo vorrebbe generare.
Risultato? Soffriamo più per lo sforzo che per il dramma raccontato.
SAYF – “Tu mi piaci tanto”
Oggi abbiamo scoperto che si pronuncia Seif, non Saif, non Saìf… insomma, prima lezione appresa. La seconda riguarda l’esibizione.
A noi lui piace parecchio e il brano funziona: identità chiara, scrittura centrata, mood coerente. Il problema è stato più che altro vocale. Nella prima parte sembrava un filo in apnea: appoggi instabili, concentrazione che andava e veniva, energia un po’ trattenuta.
Poi si è sciolto. E quando si è rilassato, il pezzo è uscito per quello che è: valido, con personalità.
Traduzione brutale? Il brano c’era dall’inizio. Lui ci è arrivato qualche minuto dopo.
Bravo comunque, ma la prossima volta, fidati, entra già caldo.
MARA SATTEI – “Le cose che non sai di me”
Mara Sattei torna al Festival: le partecipazioni crescono, l’identità artistica un po’ meno. Sempre lì, leggermente sfocata, come quelle foto di ritorno al futuro…
Il brano sta nel mezzo: atmosfera da film d’animazione e profumo di Sanremo ’94. Che non è un crimine, ma nemmeno un colpo di genio. O fai il sogno orchestrale in versione 2026, o dichiari il revival senza vergogna. Così resta in stand-by.
Tecnicamente nulla da dire: intonazione, vocalità pulita, controllata, di mestiere. Però manca ancora quel dettaglio che ti fa dire “qui mettici qualsiasi cosa ti passa per la testa”.
DARGEN D’AMICO – “AI AI”
Dargen D’Amico ormai è il vendicatore ufficiale di Willie Peyote. Missione: ristabilire l’ordine cosmico. Potrebbe avere ragione. O potrebbe essere solo un sequel.
Il groove è casa sua, quello lo riconosci subito: cassa solida, flow elastico, scrittura che sa dove appoggiarsi. In passato quella formula era più affilata; qui gira un filo più morbida, meno tagliente.
La citazione ai centri per i migranti in Albania è il momento che dà spessore e sposta il brano su un piano più politico. Senza quel passaggio, resterebbe un buon esercizio di stile con meno impatto.
Come diceva la “nostra eroina”: FUN ZIO NE RAN NO.
Visto com’è andata, noi a Dargen non lo diremo.
ARISA – “Magica favola”
Arisa vocalmente è una garanzia: timbro riconoscibile al primo secondo, controllo tecnico impeccabile, dinamiche gestite con eleganza. Quando apre bocca, la sala si sistema da sola.
Il problema è l’estetica del brano. Qui l’effetto “Gigliola Cinquetti che canta la Sirenetta” è dietro l’angolo. E il confine tra classico senza tempo e cartolina illustrata è sottilissimo.
È bello? Sì, innegabilmente.
Ma è quel tipo di bello perfetto, lucidato, quasi da classico rigenerato in versione ultra-pulita. Ammiri la fattura, meno l’urgenza.
LUCHÈ – “Labirinto”
Luchè è la prova vivente del paradosso moderno: i cantanti vogliono rappare per sembrare freschi, i rapper vogliono cantare per sembrare completi. Risultato? Na chiavica.
Il brano, in realtà, non è niente male. Ha intensità, una buona scrittura e un’idea sonora che funziona bene. Il problema è la resa: abbiamo dovuto discernere l’audio dal suono, il testo dal cantato.
Ed è un peccato. Perché quando hai materiale buono ma non lo metti a fuoco, rischi di vendere oro al prezzo del bronzo.
Qui non manca la sostanza. Manca la consapevolezza. O meglio…ma che ce ne fott!
TOMMASO PARADISO – “I romantici”
Tommaso ha declinato più volte la richiesta di partecipazione al Festival di Sanremo perché – per sua stessa ammissione – non aveva il brano giusto… alla fine non venendogli deve essersi arreso. Ed eccoci qui…
Non scherziamo: è sempre Tommaso Paradiso. Penna riconoscibile, atmosfera coerente, quel romanticismo urbano che sa maneggiare bene. Je se vole bene. però questo brano ha l’effetto della musica da sottofondo. Te ne accorgi solo se ci presti attenzione.
ELETTRA LAMBORGHINI – “Voilà”
Dopo i Ricchi e Poveri nel 2024, Marcella Bella nel 2025 la quota cringe quest’anno è di tutta di Elettra. Hanno dovuto mettere su una coreografia degna della cerimonia di chiusura delle olimpiadi invernali di Milano-Cortina per distrarci da quello che stavamo ascoltando.
PATTY PRAVO – “Opera”
Giovanni Caccamo, uno dei più giovani eredi dell’artisticità di Battiato, ha confezionato per Patty Pravo un brano che le calza addosso molto meglio di certe scelte più recenti.
Eleganza, sensualità, misura. Tutto congelato in quella dimensione che per lei non è nostalgia, ma territorio naturale. La scrittura ha una poetica intensa, immagini curate, una costruzione che respira senza strafare.
Il risultato è credibile e solido dall’inizio alla fine. Niente effetti speciali, niente forzature: solo coerenza stilistica e un’identità che finalmente non deve dimostrare nulla.
SAMURAI JAY – “Ossessione”
Ci mancava la quota balli di gruppo. Perché dopo una scaletta così, una svegliata serviva.
E infatti ci hanno tirato addosso una zumba emotiva senza preavviso.
Tutto si muove: ballerini, luci, coreografie, sorrisi. Peccato che mentre guardi tutto questo, ti chiedi cosa stai ascoltando ma soprattutto se serve a qualcosa.
È quel momento in cui l’energia prova a compensare l’assenza di sostanza.
Tanto movimento, zero cicatrice.
Però dai, una cosa resta: la consapevolezza che da qui in poi possiamo solo migliorare. Forse.
RAF – “Ora è sempre”
Un brano che ci rincuora, perché riporta sul palco un Raffaele Riefoli finalmente a fuoco: centrato, solido, comunicativo. Presenza chiara, intenzione leggibile, niente sbavature inutili.
La strofa è scritta bene: armonicamente interessante, elegante, ricercato, linea melodica che accompagna il testo con coerenza, parole che respirano nel punto giusto. Lì c’è mestiere vero.
Poi arriva il ritornello… e sa di “usato? No, lavato con Perlana”.
J-AX – “Italia starter pack”
Dovevamo aspettare il 2026 per scoprire che J-Ax era il quarto Mumford & Sons che non sapevamo di avere. Banjo mentale, mood folk con retrogusto da osteria sotto casa.
È una di quelle idee che ascolti e pensi: geniale o presa per il cxxo collettiva? La linea è sottilissima. L’operazione è costruita sicuramente bene, arrangiamento coerente, atmosfera centrata. Però l’effetto sorpresa supera quasi il contenuto.
Lascerà il segno? Difficile dirlo.
Di sicuro è già pronto per la prossima stagione di Foodish.
FULMINACCI – “Stupida fortuna”
Filippo è un talento vero, di quelli che non fanno fuochi d’artificio al primo minuto ma ti lavorano ai fianchi con calma.
Ha un’identità precisa, riconoscibile, anche se non ti abbaglia subito. È più un film francese che un blockbuster: parte in punta di piedi, poi ti accorgi che certe immagini – certe frasi, certe soluzioni melodiche – ti sono rimaste addosso.
Scrittura curata, atmosfera coerente, emotività che non urla ma incide. Non è l’artista da standing ovation immediata, è quello che ti ritrovi a riascoltare dopo.
E quando le “diapositive” iniziano a girare nella testa, capisci che non era lentezza. Era profondità.
LEVANTE – “Sei tu”
Tutto quello che non ti aspetti da Levante. O meglio, non la Levante che avevamo imparato a decifrare. Crescere è inevitabile, cambiare è sano. Ma evolversi non è solo muta: per passare da baco a farfalla servono coraggio e una quantità seria di energia. Il coraggio qui si vede, la scelta è netta. L’energia, invece, resta un filo compressa, come se non volesse esplodere davvero.
Il brano ha una tensione sotterranea interessante, ma viene raccontata con un controllo quasi eccessivamente elegante, contenuto. La sensazione è quella di un’inquietudine profonda detta con il sorriso: affascinante, sì, ma emotivamente trattenuta.
C’è una nuova pelle. Ora serve solo più spinta per farla vibrare fino in fondo.
FEDEZ & MARCO MASINI – “Male necessario”
Il brano è emotivamente carico, e questo si sente. Ma quando metti in campo tutta questa intensità devi anche saperla governare. Negli occhi di Federico non leggiamo dolore narrato: leggiamo più un mix tra panico e rabbia, come se stesse inseguendo l’emozione invece di guidarla.
Cantare in modo credibile, al momento, per Fedez è un traguardo ancora lontano da conquistare. E quando uno dei due resta un passo indietro, l’altro tende a strafare. Masini infatti spinge, spinge tanto. Forse troppo. Il rischio è lo sbilanciamento.
Serve equilibrio, serve respiro comune.
ERMAL META – “Stella stellina”
Ermal è uno che le spalle le ha davvero larghe. Cantautore strutturato, scrittura solida, capacità di affrontare temi universali senza tremare. E infatti sceglie un argomento importante, urgente, necessario.
Il punto è che qui si scivola un po’ nel didascalico.
Parlare di certi temi su un palco come quello di Sanremo è già un atto significativo. Ma in un mondo anestetizzato come questo, forse serviva uno scossone più forte, meno pedagogico e più viscerale.
La struttura regge. La coscienza pure.
Per quanto riguarda l’impatto emotivo, invece, avrebbe potuto osare di più.
SERENA BRANCALE – “Qui con me”
Giorgia… ah no, Serena, sa cantare, eccome se sa cantare. Tecnica cristallina, controllo maniacale, dinamiche gestite con la sicurezza di chi conosce ogni sfumatura del proprio strumento. L’emozione c’è, la dedica arriva chiara, e tutta quell’energia è diretta con una regia vocale impeccabile.
Però.
A volte per lasciare un segno vero non serve dimostrare quanto sei brava. Serve togliere, spogliare, rischiare l’imperfezione. Tornare all’osso dell’emozione, anche a costo di sporcarla un po’.
Qui ammiriamo la performance.
Ma per essere travolti, forse, serve meno controllo e più abbandono.
NAYT – “Prima che”
Aspettavamo con ansia Nayt e le aspettative non sono state assolutamente deluse.
Nayt è maestro dell’emozione densa e rarefatta. Non arriva in modo prorompente ma lentamente ti lacera dentro.
Torniamo a quello che dicevamo prima, fare meno per insidiarsi nei luoghi più nascosti dell’intimità. L’arrangiamento orchestrale è il più bello di questa edizione del Festival, Nayt ha dimostrato che il cantautorato può avere diverse forme ed oggi ha il suo nome.
MALIKA AYANE- “Animali notturni”
C’è sempre qualcosa che ci fa amare Malika. È raffinata davvero, non per posa. Vocalità riconoscibile al primo respiro, timbro unico, controllo elegante.
Il brano ha un retrogusto retrò però un po’ troppo lucidato. Tutto è perfetto, forse troppo. L’effetto “Love Boat” è dietro l’angolo: archi morbidi, atmosfera setosa, ma rischio cartolina deluxe.
Qui servirebbe più contaminazione, più imprevedibilità, più celebrazione viva. Pensiamo a certi classici di Ornella Vanoni: tradizione sì, ma con personalità che graffia sotto il velluto.
Malika ha tutte le carte per essere una degna erede. Ma per esserlo davvero, ogni tanto deve spettinare quell’eleganza impeccabile.
EDDIE BROCK – “Avvoltoi”
Il brano c’è. Lui un po’ meno. Diciamo parecchio meno.
Il pezzo ha una sua dignità: melodia centrata, intenzione chiara, potenziale reale. Ma con una performance così è difficile capirne il vero valore. Quando l’interpretazione prende il sopravvento in modo eccessivo, il rischio è che l’emozione diventi confusione.
L’effetto AIELLO è dietro la porta: intensità che scappa di mano, controllo che vacilla, voce che sovrasta l’arrangiamento invece di guidarlo.
Si sente che il palco è grande, forse troppo per ora. Non è una questione di talento, ma di maturità scenica. Serve esperienza per tenere insieme fuoco e tecnica senza bruciarsi.
Perché il brano merita. Ma qualcuno deve guidarlo, non inseguirlo.
SAL DA VINCI – “Per sempre sì”
Il brano trash virale è servito.
È leggero, è goliardico, è costruito per infilarsi nei reel prima ancora che nelle playlist. Musicalmente non inventa nulla, ma sa perfettamente cosa vuole fare: diventare tormentone da meme.
Detto questo, non possiamo che essere contenti per lui. Gli si vuole bene davvero. E in una scaletta spesso seriosa, una quota di autoironia e caciara controllata ci sta sempre.
Non cambierà la storia della musica ma cambierà parecchie stories… quello sì.
ENRICO NIGIOTTI – “Ogni volta che non so volare”
Enrico ha grandi qualità, vocali, espressive e performative ma questo brano ha tutti i cliché per strappare un applauso ed esaltare il potere emotivo del brano. Però il tutto suona abbastanza sentito e risentito. Non c’è nulla di male ma di sicuro non si imprime nella mente come nel cuore.
TREDICI PIETRO – “Uomo che cade”
Giovane, fresco, musicale, moderno. Il pop di oggi suona così quando è fatto bene.
C’è identità, non c’è scorciatoia. Il suono è attuale ma non plastificato, la scrittura ha personalità e soprattutto urgenza. Non sembra un esercizio di stile, sembra un bisogno vero di dire qualcosa nel modo giusto.
Figlio d’arte? Sì. Ma qui non c’è imitazione, c’è evoluzione. Si sente la tradizione, ma è stata digerita e trasformata, non replicata.
Ed è proprio questo il punto: rispetto per la storia, ma voce propria. E nel pop di oggi, non è poco.
CHIELLO – “Ti penso sempre”
L’altro lato del pop alternative di oggi. Quello meno patinato, meno “perfettino”, più istinto che metronomo.
Chiello partiva con l’etichetta addosso: poca precisione, poco rigore, troppo emotivo. E invece ha fatto la cosa più intelligente possibile: non ha provato a diventare qualcun altro. Ha alzato l’asticella senza snaturarsi.
L’attitudine c’è, ed è forte. È credibile, è coerente con la scena da cui arriva e soprattutto con il palco che gli è stato dato. Non perfetto in senso accademico, ma centrato in senso artistico.
E alla fine, l’occasione non solo l’ha onorata. Se l’è anche un po’ presa.
BAMBOLE DI PEZZA – “Resta con me”
Muro di suono, solido, compatto e incollato.
La performance è centrata: energia controllata, suono coeso, identità chiara. Il brano sta perfettamente dentro il genere, senza forzature e senza travestimenti improbabili. Non inventa la ruota, ma la fa girare bene.
Sono credibili, e nel loro mondo questa è la cosa più importante. Il pezzo è piacevole, funziona live e non si sbriciola sotto le luci del Festival.
Per essere un primo Sanremo? Esordio maturo. E soprattutto, senza paura.
MARIA ANTONIETTA & COLOMBRE – “La felicità e basta”
Gli ultimi scampoli del movimento indie italiano arrivano al Festival e, sorpresa, non fanno la comparsa: lasciano il segno.
Il brano è fresco, scritto bene, costruito con intelligenza melodica e portato sul palco con una performance solida, senza quell’aria da “siamo capitati qui per caso”. C’è consapevolezza, c’è mestiere.
Per essere un esordio sanremese ricorda parecchio quello di Colapesce DiMartino: stessa vibrazione agrodolce, stesso equilibrio tra leggerezza e malinconia. E sappiamo tutti com’è andata a finire per il duo di casa Dischi Numero Uno.
Funziona. E quando l’indie funziona su un palco così, non è mai un dettaglio.
LEO GASSMANN – “Naturale”
Questa seconda parte del Festival respira meglio, molto meglio. E Leo Gassmann ci mette del suo.
Il brano non è un laboratorio di innovazione, non reinventa nulla. Però è scritto bene, con una struttura pulita e una linea melodica che sta in piedi senza trucchi.
La differenza vera la fa lui. Timbro riconoscibile, comunicativo, narrativo. Leo non interpreta soltanto: racconta. E quando hai una voce che sa dare peso alle parole, anche una canzone “semplicemente ben scritta” acquista spessore.
Qui non vince l’effetto wow. Vince la credibilità. E non è poco.
FRANCESCO RENGA – “Il meglio di me”
Francesco Renga canta Francesco Renga. E già questo, considerando certe uscite recenti, è una piccola vittoria.
Timbro riconoscibile, intenzione sincera, mestiere da vendere. È nel suo territorio, non si traveste, non rincorre mode improbabili. Bene così.
Ma non basta. Perché restare fedeli a sé stessi è importante, evolversi lo è di più. Qui sentiamo la comfort zone, non il salto.
La domanda non è se sappia ancora fare Renga.
La domanda è quando deciderà di sorprenderci davvero.
LDA & AKA 7EVEN – “Poesie clandestine”
Gigi D’Alessio ha fatto scuola. E si sente.
LDA e AKA 7even prendono il testimone e lo portano a casa con convinzione.
Il brano al primo ascolto funziona: melodia immediata, hook che entra subito, formula collaudata. Al secondo giro però inizia già a consumarsi. È quel tipo di pezzo che vive di impatto rapido più che di profondità.
Detto questo, loro sono stati bravi. Vocalmente centrati, chimica credibile, come coppia girano bene e si compensano.
La quota tormentone? Loro, senza dubbio.
Ma diciamolo: stavolta il compito non era impossibile.





