In occasione dell’uscita del suo primo album, abbiamo intervistato Kormorano per scoprire l’universo che si cela dietro le tracce di “Nove e 15”. Un disco che attraversa territori sonori ed emotivi, tra elettronica e cantautorato, dialetto e denuncia, con collaborazioni importanti e una forte carica identitaria. Ecco cosa ci ha raccontato.
È difficile incasellare Kormorano in una definizione precisa. Il suo progetto nasce dalla contaminazione tra cantautorato, radici mediterranee, influenze reggae e sperimentazione elettronica. “Nove e 15”, il suo disco d’esordio, è un’opera densa di vissuto, scomoda e poetica, che si muove tra delusioni, racconti di lotta e riflessioni, dove la solitudine diventa un punto di partenza per rimettere in moto le coscienze.
Nel dialogo con Indieffusione, Kormorano racconta la genesi del disco, le collaborazioni con Lucchesi e Forelock, l’importanza del dialetto come lingua dell’anima e la sua personalissima visione del suono. A emergere è un’artista che non cerca consensi ma connessioni, che mescola intimità e politica, e che usa la musica per trasformare la paura in forza creativa. Una conversazione sincera e vibrante, proprio come la sua musica.
Kormorano è un progetto musicale che sfugge alle definizioni: dal cantautorato, alla tradizione mediterranea, fino alla sperimentazione sonora. Come si sviluppa il tuo percorso artistico e cosa ti ha portato fino a questo primo disco?
Vent’anni di militanza e trentasette di ascolti delle cose più disparate. Con una madre insegnante e direttrice, in casa ho sempre avuto strumenti con cui giocare e dischi da ascoltare. Ora che ci penso davvero, che lo visualizzo: sono stato fortunato. Poi ci sono gli amici, gli scambi, gli ascolti che cambiano nel tempo; provi a miscelare tutto ciò che hai assorbito. Io però non sono un tipo metodico. Credo di avere qualche problema di apprendimento: le cose che non sono accompagnate da un’emozione le dimentico. Per questo il mio percorso di studi, artistico e non solo, è stato guidato esclusivamente dalle emozioni.
“Nove e 15”, il tuo disco d’esordio, è stato definito un documentario sonoro in musica. Qual è stata la scintilla iniziale che ha dato forma a questo progetto?
La delusione è il momento in cui una verità ti viene spiattellata, in cui un’illusione si spezza e il velo di Maya viene strappato. È allora che ho deciso di affrontare ciò che mi aveva sempre fatto più paura: la solitudine.
Il disco attraversa il Mediterraneo, le sue contraddizioni e le sue storie spesso sommerse. Qual è stata la sfida principale nel dare voce a queste realtà?
La vera sfida non è dare voce a un pensiero. La vera sfida è farlo circolare, rimetterlo in movimento, risvegliare le coscienze. Oggi, leggendo gli ultimi articoli di giornale, vedo che anche figure molto blasonate (Noyz, Marracash,…) stanno iniziando a rendersi conto che, se per anni ti disinteressi della cosa pubblica, prima o poi finisci per subirla. E probabilmente è proprio la cultura a pagarne il prezzo più alto, perché ciò che si perde, prima di tutto, è l’empatia. Non esistono più i piccoli club, i concerti da dieci euro: restano solo spazi giganti e instagrammabili. Ed è qui il problema. In un Paese così, dare voce a storie come quelle che racconto diventa veramente difficile.
Ogni brano ha un’identità forte e riconoscibile. Come nasce la scrittura dei testi e quanto c’è di autobiografico nelle canzoni?
Tutto parla di me, degli occhi di cui mi sono innamorato, di mio nonno Alfredo, della mia famiglia, delle mie paure… Il processo preciso non saprei descriverlo, perché può nascere da un memo vocale o da un giro di accordi. Trovo però che il denominatore comune sia questo: parto sempre dalla semplicità e poi aggiungo i colori. In fondo funziona così anche con i tatuaggi, no?
“Spingule Francese” rilegge un brano tradizionale del ‘700. Perché è stato scelto e cosa rappresenta oggi un brano del genere?
Anni fa uscì una versione prodotta da Mauro Pagani e me ne innamorai. In questo percorso ho voluto fare i conti anche con quelli che sono stati i miei compagni di viaggio: mettere un punto, essere riconoscente. A Mauro Pagani, in particolare, sono davvero grato, anche se non ho mai avuto l’occasione di incontrarlo. Rappresenta anche una mia paura: quella di passare per un “rattuso” (non saprei come tradurlo meglio in italiano) qualcuno che insiste, che oltrepassa un confine. In questa canzone, però, le cose si ribaltano: è la ragazza a fare le avances. Ed è esattamente ciò che, da buon “principinofigadilegno”, vorrei che accadesse.
Le collaborazioni con Lucchesi e Forelock ampliano lo spettro del disco. Come si sono sviluppati questi incontri e che ruolo hanno avuto nel risultato finale?
Lucchesi è il mio peggior nemico: siamo come Red e Toby. Basti pensare che la prima volta che l’ho visto mi ha detto: “Ma che cazzo di cognome c’hai?!”. Lo volevo ammazzare! Poi non so bene cosa sia successo, ma so per certo che la nostra è diventata un’amicizia vera, profonda e soprattutto sudata, perché ha saputo andare oltre i pregiudizi e le difficoltà. Forelock è invece un artista che seguo da moltissimo: credo sia il miglior cantante italiano che abbiamo. Ha letteralmente svoltato il brano. È un militante della scena reggae, come me, e su molti aspetti la pensiamo allo stesso modo. Purtroppo per lui, però, non si avvicina neanche lontanamente a saper fare la pizza come la faccio io (ride).
Il dialetto napoletano si impone come lingua identitaria, poetica ma anche politica. Che ruolo ha nella scrittura?
Magari napoletano… magaaarì! Io sono di una zona di confine: Terracina, nel Lazio, la terra di Circe. Mi piace definirla una prigione dorata: un posto molto bello, circondato però da persone non sempre all’altezza della sua bellezza, che purtroppo ne fanno le sorti. Dico “magari napoletano” perché loro sono un popolo unito, con un’identità fortissima. Musicalmente sono incredibili e, se dovessi pensare a un esempio di comunità compatta, sarebbe meraviglioso poter rappresentare qualcosa di simile.
Il mio dialetto è molto simile, anche se storicamente non siamo mai stati Borboni. Questa affinità nasce dall’influenza dei pescatori campani che il Papato portò qui a lavorare nel 1700. Questa visceralità dialettale me la porto addosso, insieme alla sua sincronicità. Spero venga compresa, ma soprattutto condivisa, e che riesca a trasmettere emozioni forti.
“Scienze della Comunicazione” mescola intimità e disincanto in un contesto urbano. Qual è il significato più profondo di questo brano?
La presa di coscienza di aver idealizzato una persona, di aver dato la vita per quell’idea, e di essersi risvegliati dopo un sonno che, negli ultimi atti, ti ha trasformato in qualcuno di orribile, detestabile. Di aver dato senza chiedere nulla in cambio, come da copione, per poi ritrovarsi calpestati dalla vera natura di chi avevi di fronte. Fa’ nient!
Il disco si chiude con “Alla Festa”, una chiusura ironica e folk che cambia registro. È un modo per disinnescare o per lasciare un messaggio più sottile?
Ahhh, meraviglia! Che domanda incredibile! No, è una catarsi. Il suono della zampogna è stata la più grande paura della mia infanzia. Esistono persino degli studi a riguardo (ma vi lascio il piacere di scoprirli da soli). Quella paura mi ha forgiato: ha affinato il mio orecchio, rendendo le armonizzazioni immediate, quasi evidenti. Con un pizzico di ostentazione potrei dire persino facili, naturali. Quindi no, di ironico non c’è nulla. C’è una rivincita.
Che tipo di ascolto si auspica per “Nove e 15″? Più di pancia o più di testa?
Di pelle, di vibrazione. Ho bisogno di gente connessa col cuore, con le proprie emozioni, insomma centrate. Mi ha fatto molto piacere l’interesse verso il disco da parte di testate che si occupano di psicoanalisi: per me è una grande vittoria e un motivo di orgoglio.
Se si dovesse condensare il progetto Kormorano in un’immagine o in un suono, quale sarebbe?
Un cormorano al sole, su uno scoglio, con le ali aperte dopo aver affrontato un mare in tempesta. La serenità. Grazie di cuore.





