Leonardo Angelucci torna con un secondo album che mette al centro la verità, l’evoluzione e il cambiamento. “Plurale come due” è un disco personale e collettivo, un racconto a cuore aperto che attraversa dolori, separazioni, nuove consapevolezze e soprattutto l’arrivo dei suoi due gemelli, a cui l’intero lavoro è dedicato.
Un’opera in cui rock, punk ed elettronica si fondono in un suono riconoscibile, specchio dell’identità musicale in costante mutazione dell’artista romano.
Nell’intervista che segue, Leonardo Angelucci ci parla della sua paternità, della forza terapeutica della scrittura, della sincerità necessaria per mettersi a nudo in musica, e di come il cambiamento – personale e artistico – sia il cuore pulsante di tutto il disco. Dal brano-manifesto “Camaleonte” alla chiusura sospesa di “Extraterrestre”, passando per il sarcasmo malinconico di “All You Can Eat”, Leonardo si racconta con lucidità e passione.
Una chiacchierata che rivela l’artigianalità presente dietro ogni traccia, e conferma ancora una volta quanto la musica possa essere uno specchio attraverso cui imparare a riconoscersi, o forse, a ritrovarsi.
“Plurale come due” colpisce subito. Qual è il significato più profondo del titolo del disco?
Il significato è volutamente un doppio senso. Da un lato è un gioco di parole, perché “Plurale come due” è effettivamente il mio secondo album. Dall’altro è una dedica abbastanza esplicita a Damiano e Ilenia, i miei due gemelli. È un titolo che tiene insieme queste due dimensioni: quella artistica e quella personale, che in questo disco convivono più che mai.
In che modo la paternità ha influenzato il tuo approccio alla scrittura e alla musica?
Oltre al turbinio di emozioni e allo sconvolgimento dell’architettura della mia vita, delle responsabilità e delle priorità, la paternità mi ha dato due motivi in più per continuare a scrivere canzoni. È come se avesse acceso nuove stanze dentro di me: più profonde, più fragili, ma anche più luminose.
Nel comunicato stampa si parla di un mondo in cui amore e musica sembrano “usa e getta”. Quanto senti ancora attuale la musica come forma di espressione?
Personalmente non ho mai vissuto la musica come qualcosa di usa e getta, anche se oggi c’è la percezione che tutto scada dopo ventiquattro ore dalla pubblicazione, che tutto abbia un valore molto superficiale, complice anche una vera e propria iperproduzione musicale.
Per me, invece, la musica resta una colonna portante della mia vita. È ancora la terapia più bella che posso fare, con la chitarra in mano. È il modo di esprimermi più sincero che conosco, quello che mi permette di raccontare rinascite e dolori senza filtri.
Molti brani del tuo disco parlano di relazioni finite, con un tono consapevole e terapeutico. Scrivere ti ha aiutato a elaborare certi distacchi?
Assolutamente sì. Il disco è una collezione di momenti altalenanti della mia vita, così come lo sono stati anche i lavori precedenti. Dentro c’è dolore e gioia, suono e passione, in ogni testo e in ogni canzone. Scrivere mi ha aiutato a elaborare, a esorcizzare e a mettere in musica tutto quello che avevo nella testa.
“Camaleonte” sembra il manifesto dell’album. Com’è nato questo brano?
È probabilmente il pezzo più camaleontico del disco, anche perché ha cambiato vestito molte volte nel corso degli anni, dalla prima demo fino alla versione finale. È un brano che parla di me e rispecchia molto la mia identità, che è sempre stata in mutamento: sia nella scoperta di generi musicali diversi, sia nel viaggio di introspezione che continuo a fare dentro me stesso. È nato dall’esigenza di raccontarmi, senza maschere.
In “All You Can Eat” mescoli elettronica e chitarre. Com’è nato questo sound?
In realtà la canzone è nata da un’illustrazione: delle mani che stringono delle bacchette e afferrano un cuore anatomico come fosse un pezzo di sushi. Da lì ho raccontato una fase precisa di una mia relazione passata, arrivata a un momento di stallo e bisognosa di uno scossone. C’è molta verità dentro questo brano e anche un’influenza elettronica più marcata. È probabilmente la canzone meno chitarristica dell’intero disco.
“Extraterrestre” chiude l’album con un saluto sospeso. Che messaggio volevi lasciare?
“Extraterrestre” è lo spiritual del disco. È nato quasi per gioco, come un flusso di coscienza. È un saluto, ma non un addio: piuttosto un arrivederci. Anche le situazioni più scomode, anche le porte che si chiudono, possono aprire a nuovi inizi e nuove possibilità. È un invito a concedersi il cambiamento, a cambiare strada, rotta, prospettiva. In fondo è un modo per dire: ci vediamo in giro.
Cosa ti porti dalle collaborazioni con Giorgio Maria Condemi e Francesco “Pecs” Pesaresi?
Mi è sempre piaciuto confrontarmi con colleghi e produttori per avere uno sguardo diverso sulla mia musica, rispetto a come l’avevo immaginata in prima battuta. Il confronto è un’opportunità di crescita e maturazione, un modo per accogliere influenze esterne senza snaturarsi. Non lo vivo come una ricerca di aiuto spasmodica, ma come un’occasione per far evolvere le canzoni.





