Gavin Friday è tornato in Italia dopo trent’anni di assenza e lo ha fatto nel contesto perfetto: Il Rumore del Lutto, festival che da sempre esplora i confini tra arte, memoria e trasformazione. Al Teatro al Parco di Parma, l’ex voce dei Virgin Prunes ha portato in scena il suo ultimo album “Ecce Homo”, mescolando teatralità, musica e ironia in un linguaggio che resta unico nel panorama musicale europeo.
Irlandese di Dublino, cresciuto anche lui in quella “Cedarwood Road” cantata dagli U2, Gavin Friday condivide con il frontman della band più famosa d’Irlanda un’amicizia lunga una vita e un’origine comune: quella scena post-punk dei primi anni Ottanta che ha ridefinito il suono e l’estetica di un’intera generazione. Potrebbe essere considerato il deus ex machina silenzioso della band di Dublino, l’artista da cui Bono e compagni hanno mutuato la tensione teatrale, la ricerca spirituale e il gusto per l’ambiguità. Vedendolo dal vivo, il legame appare evidente: Friday non è semplicemente la matrice di un linguaggio, ma la sua incarnazione più autentica che ha attraversato i decenni senza mai perdere di lucidità.
Quello del 19 ottobre a Parma è stato un live ipnotico e potente. Sul palco con Friday avvolto dai glitter, Carly Carlsbad, nei panni di una “suora” dai capelli azzurri che gioca con i laser, dà corpo ad una seconda voce che si muove fra canto e performance visiva. Accanto a loro, Renaud Gabriel Pion al clarinetto – e a “qualsiasi cosa si possa soffiare dentro” – presenza storica del suo universo sonoro, e Kevin Corcoran al piano, chitarra, basso, sintetizzatori e cori. Un piccolo cabaret dell’anima dove l’estetica si fa parte del racconto.
Friday alterna registri da performer e confessioni intime, riflettendo anche sul momento storico che stiamo vivendo — un tempo in cui, come ha spiegato lo stesso artista, “sembra che l’umanità invece che progredire stia regredendo”. Tra un brano e l’altro, ha ringraziato il pubblico per il fatto di non vedere telefoni alzati, ma volti attenti, seduti in un teatro ad ascoltare. “Ci arrivano troppe informazioni e non riusciamo più a processarle”, ha osservato, restituendo a quella sala un senso raro di presenza condivisa.
È in questi spazi che la teatralità dell’artista trova la sua dimensione: misurata, intensa, mai compiaciuta, capace di trasformare ogni silenzio in una parte della narrazione.
Lo spettacolo, magistralmente pensato, trova una continuità naturale con “Ecce Homo”, il suo nuovo disco: un lavoro elettronico e contemporaneo, costruito su suoni che uniscono inquietudine e sensualità. Un album che conferma la capacità di Gavin Friday di cavalcare il tempo e farlo suo, mantenendo intatta la sua identità di artista libero e inclassificabile.
La scaletta — da “Lovesubzero” a “Ecce Homo”, passando per “The Church of Love”, “Stations of the Cross”, “Lady Esquire” e “Amaranthus (Love is Bleeding)” — mostra un artista più che mai in piena forma e totalmente centrato nel tempo, capace di dare corpo e voce ad un mondo interiore complesso. Solo due brani dal passato con i Virgin Prunes, “Sandpaper Lullaby” e “Caucasian Walk”, riletti con un’intensità sonora che annulla il tempo. Nel finale, “King of Trash”, “When The World Was Young” e “Cabarotica” chiudono un set in bilico fra eros, disincanto e poesia urbana.
Il pubblico del festival lo ha accolto come si accoglie un ritorno atteso. Friday ha ricambiato con una sessione di firme e chiacchiere con i fan dopo lo spettacolo, confermando che la distanza tra artista e spettatore può ancora essere ridotta ad una stretta di mano.
Un gradito ritorno con un live che non cerca l’applauso, ma restituisce la sensazione rara di aver assistito a qualcosa di necessario, essenziale, profondamente umano — insieme a molto altro che va semplicemente oltre, che sfiora il trascendente e lascia intravedere una nuova dimensione.
Di: Adila Salah
Credits photo: Elisa Magnoni per Il Rumore del Lutto Festival.



















