Dopo il successo dell’ultimo disco “8 Dicembre”, Moder torna con “Ci sentiamo poi”. Il nuovo lavoro vede i featuring di Murubutu, Claver Gold, Stephkill e Dj 5L. In questa intervista il rapper ravennate ci ha parlato della sua necessità di creare canzoni che fossero depurate dal superfluo.

 

Prodotto insieme a Duna (b-boy della storica crew Break The Funk e ingegnere del suono) e con i feat. di artisti come MurubutuClaver GoldStephkill e Dj 5L, Moder sviluppa un lavoro di arrangiamento sulle proprie canzoni, attraverso macchine analogiche e post-produzione, per oltrepassare il concetto di Beat e Rap.

“Ci sentiamo poi”  raccoglie 16 canzoni figlie di questo continuo non fermarsi. Ogni pezzo è una polaroid che racchiude in sé l’identità del suo creatore. La ricerca di ogni suono, di ogni nota, è parte del suo vissuto e del suo DNA. Liquidando velocemente le distrazioni e le futilità con un classico “Ci sentiamo poi”, Moder ha sentito la necessità di creare “canzoni” vere e proprie, togliendo il superfluo per lasciare solo ciò che serve e ciò che non si può tacere, senza scuse.

In questa intervista abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il rapper ravennate. Ci ha raccontato della genesi di questo nuovo album e della sua vita in cui, in quattro anni dal precedente lavoro, è accaduto veramente di tutto.

 

Ciao. Sono passati quattro anni dal tuo precedente disco “8 dicembre” e oggi torni con il nuovo “Ci sentiamo poi”. Cos’è successo in questo tempo tra i due lavori?

Di tutto. Ho avuto un’altra figlia, ho girato mezza Italia, ho conosciuto nuove persone e perso rapporti decennali. Ho studiato per migliorarmi musicalmente e nelle mie attività di organizzazione e direzione artistica. Questo disco è frutto di un percorso fatto di sudore, inciampi, sorrisi. È il disco che volevo fare, avevo bisogno di parlare a tutti e togliermi definitivamente di dosso ogni etichetta.

“Ci sentiamo poi” è un frase che, in questi ultimi anni, ascoltiamo e diciamo spesso per concludere, forse troppo velocemente, alcune conversazioni. Pensi che stiamo accelerando i rapporti in modo esagerato?

In questi giorni lenti credo sia ancora più facile rispondere. Siamo costretti a correre così tanto che ci siamo dimenticati verso cosa.

Raccontaci come nascono i brani contenuti in “Ci sentiamo poi”.

Ogni pezzo nasce a se. “Non ne posso più” ad esempio l’ho scritto da ubriaco. “Dall’altra parte” dopo aver trascorso 2 giorni senza dormire. “Ci sentiamo poi” è un disco che è maturato cercando cosa restasse impigliato nei capelli a fine giornata. Avevo bisogno di capire chi ero davvero, non chi volevano fossi o, peggio, chi sognassi di essere.

 

 

“Brano per brano abbiamo tolto e stravolto quello che ci veniva in mente cercando il carattere profondo del pezzo.”

 

In quest’album avete usato macchine analogiche e post-produzione. Ci spieghi nel dettaglio come si è svolta la lavorazione del disco?

Ho scritto e registrato il disco su provini delle basi, alle quali io e Duna abbiamo dato un’evoluzione in 3 mesi di arrangiamento con il contributo di musicisti incredibili. Brano per brano abbiamo tolto e stravolto quello che ci veniva in mente cercando il carattere profondo del pezzo. Ad un certo punto la canzone prendeva forma e, indipendentemente dal mixaggio,  riusciva a parlarci. Ecco, in quel momento il pezzo era davvero pronto.

Cosa ha apportato in più questa scelta analogica rispetto al risultato finale?

Credo un’identità mia, o megli,o nostra. Io e Duna siamo ormai una coppia artistica da anni e senza di lui non sarei mai riuscito a fare un disco come “Ci sentiamo poi”. Volevamo sviluppare il percorso iniziato con “8 Dicembre” ma cambiando le carte in tavola. Era arrivato il momento di dire “Siamo qua e siamo questo”.

L’album vede collaborazioni con artisti come Claver Gold e Murubutu. Come nascono queste sinergie?

Con entrambi ho un rapporto di stima ed amicizia. Murubutu è stato uno dei primi a notare me e il mio vecchio gruppo. Credo che Alessio abbia dato un contributo fondamentale al rap italiano, dimostrando che si potesse andare oltre certi stilemi. In un certo senso è stato il più hip hop dello Stivale. L’hip hop si fonda sul recupero e la riscrittura di linguaggi passati. Pensiamo al campionamento di jazz, funk ecc, ad esempio: in una nazione con una tradizione letteraria e cantautorale importante come l’Italia, Murubutu è riuscito ad attualizzare argomenti lontanissimi tra loro. Con Claver invece abbiamo condiviso una fase importante dal punto di vista artistico. Abbiamo girato spesso insieme dal vivo dividendo viaggi, letti, pasti, birre, siamo diversissimi caratterialmente ma qualcosa ci ha sempre legato. Il talento di questi due artisti ormai è noto a tanti ed è un privilegio averli in questo disco, non credo riuscirò a ringraziarli mai abbastanza.

In “10,9,8” avete scelto di vestire il brano di un arrangiamento reggae. Com’è nata questa commistione?

É una passione che viene da lontano. Da sempre ascolto il reggae e amo il rap sul levare e Forelock mi ha regalato un ritornello incredibile. Credo che il reggae/rap in Italia abbia ancora molti margini di miglioramento espressivi, soprattutto a livello testuale.

 

“Credo di aver iniziato a rappare dopo aver letto “Demian” di Herman Hesse.”

 

MODER

 

Ci sono diversi riferimenti letterari nella tua scrittura. Leggi molto?

Si. Qualche anno fa ero proprio compulsivo, spesso facevo mattina a leggere. Non ho una cultura ordinata, mi sono sempre mosso di palo in frasca cercando di approfondire ogni cosa mi capitasse sotto mano. Credo di aver iniziato a rappare dopo aver letto “Demian” di Herman Hesse.

Cos’è che ti influenza maggiormente nella scrittura? Da dove trai ispirazione?

Non ci sono regole. Da quello che vedo attorno a me. A volte basta una frase o una serata, altre volte prendo ispirazione da quadri, libri o film. Sono molto disordinato e anche le mie ispirazioni lo sono.

Quando e perché hai iniziato a scrivere barre? Cosa ti ha fatto scattare la scintilla? 

Il flow di Neffa, la potenza di Esa, la musicalità di Tormento: gli artisti che ascoltavo da bambino mi hanno stregato.

Il tuo modo di fare rap è caratterizzato da sonorità che rimandano al cantautorato italiano. Sono influenze che derivano dai tuoi ascolti?

Si, ascolto molti cantautori sia attuali che tradizionali. Per citarne alcuni: Flavio Giurato, Caso, De Gregori, Paolo Conte, Giacomo Toni….

 

“In quel periodo tremendo la musica era sempre lì a dirmi:

Dai cazzo, alza la testa!.”

 

Credo che chi faccia rap, abbia in primis un’esigenza particolare, quasi impellente, di tirare fuori quello che ha dentro e di raccontare quello che vede intorno da un punto di vista critico. Da dove deriva la tua esigenza di scrivere?

La mia storia, come racconto nel disco precedente, è fatta di inciampi e ferite. Dopo aver perso mio padre la mia famiglia ha vissuto periodi economici drammatici. Mia madre mi ha insegnato il valore del lavoro e della fatica. Quel periodo fu tremendo, eravamo soli contro tutto. Ma la musica invece era sempre lì a dirmi “Dai cazzo, alza la testa!”.

Sei sulla scena rap dai primi anni 2000. Come pensi sia cambiato questo mondo negli ultimi 20 anni?

È cambiato tutto il mondo, non solo il rap. Ora è tutto diverso. Da un lato si sono sviluppate possibilità e spazi che erano impensabili 6 o 7 anni fa, dall’altro si è persa quella sorta di missione che era far conoscere questa cosa qui ed è venuto meno quel legame che sembrava profondo tra chi si muoveva in questo ambiente. Sono caduti i tabù, i dogmi, e il rap è diventato un genere di punta in Italia. Forse volevamo succedesse così ma, in fondo, non abbiamo combattuto anni per questo? Leggo tante cazzate, accuse, frustrazioni da parte di chi c’era. io credo che questa cosa del rap, come della musica in generale, non abbia bisogno di pretini né chierichetti con doppi fini. Per me esserci e contare ancora qualcosa è un privilegio e amerò sempre questo mondo e proverò a non giudicarlo mai anche quando non lo capisco.

Cosa pensi della trap?

Che è un fatto, non credo sia più opinabile. Ho utilizzato basi trap in questo disco. Il suono viaggia, non si ferma mai, il rap ha 2000 sottogeneri e ognuno di questi è fondamentale. La trap ha catturato molto l’immaginario dei media con il suo apparente nonsense e il suo essere al contempo orecchiabile e violenta. Peccato che non tutte le declinazioni del rap interessino così tanto ai media. Della trap si è detto tanto, ma per me ha costretto la scena artistica a confrontarsi con un altro tipo di musicalità e, in più, è stata l’occasione per abbattere alcuni postulati che parevano scritti sulle stelle. Da ora si apre una fase interessante in cui la trap non è più nuova nè freschissima e tutto sarà costretto a reinventarsi da capo.

Con il precedente disco “8 dicembre” hai calcato circa 200 palchi. Stiamo vivendo, a livello globale, questi giorni caratterizzati dal Coronavirus che ci costringono in casa. Quanta voglia hai di tornare a suonare dal vivo e quanto è fondamentale la dimensione live per la tua musica?

Il live è la motivazione per cui questa cosa continua a rubarmi il sonno. Senza musica dal vivo questo pianeta ha molto meno senso, quindi non vedo l’ora di ritornare su quelle sacre assi.

 


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