Il 21 febbraio è uscito “Trasparenti”, il nuovo disco di Valentina Polinori. Nel tempo del Coronavirus, in cui la musica live si ferma, l’abbiamo raggiunta telefonicamente per farci raccontare di lei e della genesi di questo nuovo lavoro. 

 

Trasparenti” è il nuovo disco di Valentina Polinori, uscito il 21 febbraio scorso dopo tre anni dal primo lavoro “Mobili”. Rispetto al precedente, che ha portato la cantautrice romana in giro per l’Italia in apertura ai concerti di artisti come Galeffi e Cristina Donà, “Trasparenti” vede una svolta elettronica. Un’impronta sicuramente più incisiva a livello sonoro nei brani che compongono la tracklist caratterizzati da testi personali, intimi e riflessivi. 

L’album è stato anticipato dal video e singolo “Bosco”, seguito dal brano “Lo spazio” e dall’ultimo estratto “Lontani”.

Ciao Valentina, a distanza di tre anni dal tuo primo lavoro discografico torni con “Trasparenti”, interamente scritto da te nella musica e nei testi. Raccontaci come nasce.

Ho iniziato a scrivere questi brani poco più di un anno fa in periodi differenti. Poi ho collaborato con Alessandro Di Sciullo per la produzione e li abbiamo registrati a gennaio del 2019 per poi pubblicarli da dicembre scorso.

In quest’ultimo lavoro troviamo una svolta più elettronica rispetto al tuo primo disco “Mobili”. Cosa ti ha influenzato?

Probabilmente sono stata influenzata dai miei ascolti che spaziano tra generi molto diversi tra loro. Ho iniziato a pensare a dei suoni che non si limitassero all’acustico. L’arrangiamento del primo disco era venuto fuori suonando in sala, mentre qui abbiamo fatto una pre-produzione scegliendo di inserire dei suoni che fossero più sintetici.

Come nasce la tua passione per la musica e quali sono le influenze che ti hanno maggiormente segnata?

C’è sempre stata. Suonavo il pianoforte fin da piccola. La mia famiglia è abbastanza aperta e in questo ambiente ho sempre ascoltato musica. Credo sia nato da lì l’interesse per questo mondo. Quando poi mi sono trasferita in Francia ho iniziato a studiare la chitarra da autodidatta e da lì ho iniziato a scrivere i brani. È stato un percorso abbastanza naturale: dalla passione al voler provare a scrivere qualcosa di mio.

Trasparenti” rispetto a che cosa?

In generale rispetto a ciò che si ha dentro, cercare di descriverlo nel modo più limpido possibile scrivendo cose che a volte sono più difficili da tirar fuori. 

Dando uno sguardo alla tracklist del tuo disco su Spotify ho notato che le iniziali dei titoli dei brani sono scritte tutte in minuscolo. C’è un motivo particolare per questa scelta?

Sei l’unica che l’ha notato (ride). Mi piaceva l’idea che fossero dei titoli non troppo altisonanti e questa cosa permea, un po’ in generale, tutto il disco. Non miro ad insegnare nulla o a dirlo troppo ad alta voce ma in modo un po’ discreto. 

 

I testi di questo disco sono molto intimi e personali. Ad un certo punto si affaccia il personaggio di Camilla. È l’alter ego che usi per raccontarti?

In realtà Camilla è semplicemente un personaggio inventato. È una cosa che ho fatto anche nel disco precedente. Ogni tanto mi piace creare dei personaggi che in realtà non esistono e farli parlare, far vivere loro delle emozioni e trascriverle. Camilla è come se fosse una storia che racconto. 

Il videoclip del primo singolo “Bosco” è ambientato, appunto nella natura. Ci racconti come nasce l’idea?

In realtà, in origine, non doveva neanche esserci il bosco nel videoclip. Volevo solo creare delle scene che dessero l’idea di staticità. Poi La Clique, la squadra con cui ho lavorato insieme al regista Davide Fracassi, mi ha fatto riflettere e mi ha consigliato di girare qualche scena in un bosco. A me sembrava troppo didascalico ma poi in fondo il brano, anche se si chiama “Bosco” non descrive ambienti naturali, quindi mi andava bene ambientarlo visivamente in un bosco. 

 

In quest’ultimo periodo abbiamo sentito po’ di polemica rispetto alla “quota rosa”nel mondo della musica. Lo abbiamo visto anche rispetto all’ultimo Festival di Sanremo. Tu come ti relazioni a questo argomento?

In generale, non mi piace molto l’idea di parlare della quota rosa nel senso che vorrei non ci fosse bisogno di avere delle quote rosa e che ci fosse più fluidità. Non mi piace neanche troppo quando vengo categorizzata come cantautrice donna che porta con sé una bandiera. Vorrei che in nessun modo servisse dichiarare di essere donne. Trovo che si calchi un po’ troppo la mano su questo argomento. Forse anche giustamente, perché in certi contesti c’è bisogno di parlare dell’importanza di tutelare le donne. Ma per quanto riguarda la musica parliamo di brani e trovo ci sia poco di maschile o femminile tranne, sicuramente, l’aspetto vocale. 

Hai aperto concerti ad artisti come Lo Stato Sociale, Galeffi, Julie’s Haircut & Persian Pelican, Cristina Donà e Ginevra Di Marco. Come ci si sente ad esibirti davanti ad un pubblico che non è propriamente il tuo?

È stimolante perché in questo modo ho la possibilità di raggiungere un pubblico che altrimenti non raggiungerei solo con il mio nome. E poi ho modo di conoscere tanti altri artisti e questo è molto interessante. Mi ha sempre fatto molto piacere, non mi sono mai sentita fuori luogo e sono sempre stata accolta molto bene dal pubblico.

Prossimi passi?

Dovrebbe esserci il release del disco il 17 aprile, sperando che le cose migliorino sul fronte Coronavirus. Poi spero che l’estate porti altri live perché suonare è la dimensione che mi piace di più.

Stare in mezzo al pubblico, insomma, e non ad un metro di distanza.

No, speriamo davvero di no.  

 


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