“Luna in Ariete” è il titolo del nuovo disco di inediti di Ilaria Pilar Patassini. L’album, registrato in presa diretta in tre session live durante la gravidanza della cantante, vede la produzione artistica firmata dalla stessa autrice e da Federico Ferrandina, chitarrista e arrangiatore. Noi l’abbiamo intervistata.

 

A distanza di quattro anni dalla pubblicazione dell’ultimo disco, la cantante mette un punto e a capo e torna mettendo in luce la sua natura autoriale, con brani che vedono al centro una vocalità più asciutta, la parola e un suono narrante, crepuscolare e nudo.

Luna in Ariete è il titolo del tuo ultimo disco registrato in presa diretta. Come nasce questo lavoro e perché la scelta di registrarlo in una forma live?

E’ nata fondamentalmente da una follia, quella di voler restituire alla musica la concentrazione. Quando oggi fai un disco, si procede da una pre-produzione registrando, in genere, in tracce separate fino ad arrivare al mix ecc…in questo caso, invece, abbiamo ripreso tutto in un’unica stanza, solamente con i microfoni, senza separazioni e senza il click, se non con le cuffie e “a sentimento”. Facevamo le prove il giorno precedente, e il giorno dopo suonavamo tre pezzi. Questo significa che suonavi il brano dal vivo 3, 4, 5 volte per poi passare al successivo. Era quindi necessario mantenere la concentrazione e questo fa sì che l’album sia pieno di quelli che possono essere considerati dei difetti: i rientri dei microfoni degli altri, sedie che cigolano, respiri, cose di cui magari mi accorgo solo io o alcuni addetti ai lavori. Il disco poi è masterizzato in analogico, e il risultato finale è un suono che ritrovo nei dischi degli anni ‘70 che venivano registrati un po’ selvaggiamente, senza il filtro tra te e l’emozione, tra te e la musica. Il fine ultimo è suonare e io volevo restituire al pubblico quello che avrebbe trovato poi dal vivo.

Senza le sovrastrutture che si creano con una produzione classica?

Si. Poi oggi tutto il mercato si è ristretto su una serie di generi musicali e modalità e non ha nessun tipo di senso fare dei dischi super prodotti se non sei un artista che deve poi riportare per 40 date su un palco esattamente quello che hai ascoltato su disco, ovviamente con l’aggiunta di alcune cose che fanno parte della dimensione live. La cosa fondamentale per me è creare quel suono, quel calore, quell’intenzione su canzoni nate chitarra e voce. Questo disco poi è caratterizzato dalla presenza dei fiati e la line up con cui spero di andare in giro il prossimo anno dovrebbe essere quella del quintetto poi, ogni volta che si potrà, la si estenderà. 

Un ritorno alle origini?

Quando stai incidendo, e sai che non avrai possibilità di fare molte correzioni, cerchi di fare una traccia buona dall’inizio alla fine. Questo significa che devi concentrarti e che non puoi lasciarti andare completamente, ma la presa diretta ti da la possibilità di arrivare più in fretta. Mi dicevano “I tuoi dischi sono bellissimi, ma quando canti dal vivo è ancora più bello”. Questo disco è dal vivo e credo che continuerò a registrare in questo modo perché così riconosco meglio la mia voce.

Durante la lavorazione dell’album eri in stato di gravidanza. Questo ha naturalmente dato delle nuove sfumature alla tua voce. Una sorta di doppia gestazione. Come hai vissuto questa esperienza di dare alla luce sia ad un figlio che a delle nuove canzoni? 

La gestazione del disco è stata molto più lunga, poi ovviamente le due cose hanno dei pesi diversi però io non credo ai casi fortuiti. Credo fosse il momento giusto per voltare pagina da ogni punto di vista e quindi l’ho fatto sia nella mia vita personale, che da un punto di vista artistico. Questo disco è veramente figlio mio in tutto e per tutto. L’ho scritto per intero anche se una parte delle musiche sono di Federico Ferrandina che è il produttore, arrangiatore e chitarrista con cui lavoro da dieci anni e mi conosce perfettamente. Sono andata da lui con le canzoni già pronte ma, dato che non sono una strumentista, le suonavo malissimo e lui ha fatto un lavoro fondamentale di armonizzazione, dove è riuscito ad interpretare in maniera elegante e appassionata quello che gli proponevo, rispettando in toto la mia vocalità e la mia volontà di scrittura. In questo senso il disco è veramente più mio di tutti gli altri, anche perché, oltre ad averlo scritto per intero, l’ho anche prodotto in maniera esecutiva.

Perché l’accostamento con l’oroscopo?

Per un gioco che poi si è trasformato in un punto di partenza e riflessione. Dopo un concerto, moltissimi anni fa, in Sicilia, una signora mi ha chiesto se fossi del Leone. Le dissi di no e lei insistette sul fatto che dovevo per forza avere qualche Leone con tutti questi capelli mossi e questa passione. Allora mi ha fatto il controllo del Tema natale e alle 3 di notte mi arrivò questo messaggio che diceva “Tutto apposto, la Luna è in Ariete: eccolo il fuoco”. La Luna, un pianeta freddo, coincideva con un segno di fuoco. Secondo l’astrologia, questo determina tutta una serie di caratteristiche che riguardano la dualità e nelle quali mi rispecchiavo in toto, due parti che producono una grande resistenza, caparbietà, insofferenza alle regole, e colpi di testa.

Di che segno sei?

Acquario, completamente per aria. Questo è il disco del mio intero, e il mio intero è composto da molte dualità. Per questo Luna in Ariete mi sembrava un titolo assertivo, ironico, caustico, come mio solito, ma anche molto sintetico ed efficace rispetto a quello che volevo dire.

 

 

Tu infatti canti “Quando sono intera, sono a metà”.

La dualità è sempre stata presente nella mia vita. Anche nella vocazione musicale sono sempre stata indecisa tra la parte classica e quella contemporanea. Ho due occhi di colore diverso, sto vivendo in due città diverse, vivo sempre in posti diversi, non sono una con caratteristiche emotive stanziali, mi sento a casa dappertutto. Alla fine ho accettato questa mia divisione arrivando alla conclusione che la mia interezza stava assolutamente in questo, per cui il mio stato di interezza corrisponde ad uno stato di dualità.

É sorta di conflitto interiore che poi trova una sintesi?

Si, un conflitto interiore che poi accetti quando cresci invece di struggerti per capire se sei una cosa piuttosto che un’altra. Magari sono entrambe le cose. L’essere umano è complesso, ognuno è un universo a sé e volerlo semplificare è un’impresa, più che ardua, inutile. 

Sembra che l’introspezione sia il filo conduttore che unisce i testi dell’album. Quanto è importante per te fermarsi e guardarsi dentro?

Direi che è tutto perché chi non si guarda dentro non può guardare neanche fuori e chi non è in contatto con sé stesso non può essere in contatto con gli altri. Chi non si mette in discussione non vede le ragioni degli altri, invece, per citare la canzone di un caro amico che è Niccolò Fabi “Io sono l’altro”. E se uno non si guarda dentro, non vede neanche l’altro e così siamo fottuti perché diventiamo sempre più Matrix. 

Sono trascorsi quattro anni tra l’uscita di questo album e il precedente. Molto prima che la tecnologia ci invadesse, questo era un tempo normale per la lavorazione di un disco, ora è tutto un po’ più veloce e se non produci un album all’anno sembra quasi ci si dimentichi. Tu perché ci hai messo così “tanto tempo” per completare questo disco?

Perché fare un disco non è una cosa semplice, soprattutto quando vuoi farlo per bene e quando non hai una produzione alle spalle che sta lì con il fucile puntato. Oggi si fanno dischi per fare concerti, prima si facevano concerti per fare dischi e dover fare le cose per forza non aveva nessun tipo di senso. Se non ho qualcosa da dire resto a casa, invece che ampliare il parterre dei dischi inutili con tre canzoni buone e il resto tappezzeria. Credo che sia necessario dare, a chi acquista un disco, più ragioni per comprarlo e quindi, quando si tratta di prodotti artigianali, come nel mio caso, devi farlo ancora più con cura questo lavoro. Poi nella mia vita privata ci sono state varie rivoluzioni, e avevo bisogno di riprendere il filo. Io mi rifaccio sempre alla discografia di una delle mie artiste preferite che è Lhasa De Sela. Lei ha prodotto solo tre album e li ha fatti a quattro o cinque anni di distanza l’uno dall’altro ma sono tre capolavori di un’intensità sconcertante. Perché produrre dei sottobicchieri? 

Oggi anche con le piattaforme digitali, esce il disco il venerdì e, invece che uscire per andare a comprarlo al negozio, è subito disponibile in streaming sul tuo telefono.

Questo è davvero un casino perché hai tutto a portata di mano e in questo modo le cose perdono completamente valore. Prima te le guadagni e la musica assumeva anche un valore sociale e politico. Adesso non si aspetta più nulla, oggi vincono non i contenuti ma i contenitori. 

Canti: “E’ proprio quando tutti accelerano che io rallento”. Che rapporto hai con la tecnologia?

Molto combattuto come tutti quanti quelli della mia generazione che sono nati analogici e hanno poi subito una modifica genetica per diventare digitali. Il primo telefonino l’ho avuto a 23 anni e prima di quello era fantastico. Avevi il tempo di aspettare: se andavi fuori in gita i genitori non potevano chiamare e non c’era neanche motivo di preoccuparsi. Oggi invece siamo bombardati da questo “qui ed ora”. Anche ai concerti succedono delle cose che per me sono assurde, come il fatto di pubblicare immediatamente una foto, o una parte del concerto. Spendo tempo, soldi, energie per commissionare a dei professionisti delle foto o dei video e alla fine dopo tre ore uno che ha fatto le foto con il telefonino ne pubblica 95 su Facebook senza la cura di un fotografo professionista. Oggi questo telefonino e la rete fanno in modo che tutti possano fare tutto: fotografi, videomaker, cantanti. Questo ci sta facendo perdere tutta la verticalità e la complessità dell’aspettare che qualcosa sia pronto. La tecnologia non è il diavolo, permette di fare delle cose fantastiche, però quando il progresso non va di pari passo con la civiltà succedono cose disumane. Ma confido negli anticorpi.

Quali sarebbero?

L’istinto, i sensi, la buona educazione, che per me è una cosa rivoluzionaria. Io spero che queste giovanissime generazioni diventino dei guerrieri della complessità. Mi è piaciuta moltissimo un’immagine che ho visto su Facebook di un cartello alla manifestazione delle Sardine a San Giovanni, alla quale non sono riuscita ad andare, dove c’era la parola Sardine e ogni lettera di questa parola era l’iniziale di un valore di riferimento. La lettera “I” corrispondeva ad Intelligenza. Ci vuole più intelligenza, bisogna rivendicare il potere e la necessità della complessità perché con la semplificazione moriamo, siamo destinati all’estinzione cerebrale, non del corpo, ma della capacità di ragionare. C’erano così tante persone in piazza, e io spero che queste sardine non finiscano in scatola. 

Cosa mi dici del lavoro sui testi?

Nel caso delle mie canzoni la melodia è essenziale e il lavoro sui testi lo faccio ancor prima di quello sulla musica. Quando scrivo un testo lo faccio già in versi con una metrica che può adattarsi ad una canzone, e poi da lì arriva la musica. Non c’è una regola precisa.

Quando e come hai iniziato a scrivere?

Scrivo da quando avevo 14 anni. Poi quando diventi grande, se maturi, accetti la tua natura e inizi a fare le cose in cui stai dentro. In questo disco ci sto dentro.

Tu ti definisci da sempre una grande lettrice. Quando è nata questa passione e quanta ispirazione trai per la tua musica dalla lettura di libri?

In realtà è una vera e propria malattia, anche se penso che, finché mio figlio non sarà un po’ più grande, avrò molto poco tempo per leggere. La letteratura mi ha influenzata molto e leggere mi ha insegnato a scrivere. Leggo molto più di quanto ascolto. Le parole sono tutto, avere un buon testo a una buona storia ti salva la vita e per me avere la libertà di scrivere quello che voglio, facendo ascoltare le mie cose ai miei amici, ai miei “sparring partners”, come direbbe Paolo Conte, che mi possano dare un consiglio e aiutarmi nel lavoro di setaccio.

Parlando della parte musicale, il disco è una sintesi di generi che vanno dal jazz al blues, alla musica popolare. So che hai lavorato completamente da sola su questo aspetto. Raccontami da dove sei partita.

È venuto naturale, immaginavo già così le canzoni. Con Federico Ferrandina abbiamo parlato dei suoni che volevamo dentro, dei dischi di riferimento a cui guardavo. Fondamentalmente avevo già in testa i riff dei fiati e le canzoni con cui sono arrivata da lui avevano già un’anima e, inevitabilmente, dentro di loro c’erano tutte le mie anime: la musica classica, la canzone d’autore, il pop, il folk, la poesia e la letteratura.

Tuo figlio ascolta musica? Come lo stai educando in questo?

Mio figlio si educa da sé, la prima cosa che fa la mattina quando si sveglia chiede di mettere su un disco. È nomade perché vive come me tra la Sardegna e Roma e in tutte e due le case c’è un giradischi. Vuole ascoltare il vinile, vedere il disco che gira, pulirlo, mettere la puntina lui. Forse da grande sarà un ingegnere del suono, è fissato con le casse, le guarda con un’attenzione e una bramosia incredibile. 

Come si chiama?

Tancredi. Uno dei miei libri preferiti è il Gattopardo ed è un nome che si usa spesso in Sicilia, una terra che amo visceralmente. 

Il video del brano “Il suono che fa l’universo” è stato girato nella grotta di Nettuno ad Alghero. Com’è nata questa idea?

Mi è venuto naturale fare un parallelo tra quello che era successo dentro di me e questo aspetto uterino della caverna. Quella grotta, così come l’utero, è un luogo ancestrale, con dell’acqua, delle stratificazioni, con un dna che arriva da milioni di anni, e per noi non è molto diverso. Senza fare un parallelo un po’ retorico tra utero e grotta, era effettivamente un posto che valeva la pena far vedere e inserire in un video dove io appaio, in modo molto naturale, senza nemmeno il trucco. Anche la regia è mia, ho fatto tutto da sola. 

 

 

Il tour di presentazione del disco sta per concludersi, per quest’anno, il 20 dicembre a Sassari. Com’è stata la dimensione live di questo lavoro? 

Si, poi riprenderò a gennaio con la data da recuperare alla Casa del Jazz a Roma, il 15 di Febbraio sarò a Siena e il 6 di Marzo a Terni. Stiamo lavorando anche su altre date con il booking quindi a gennaio ne annunceremo altre.

 

 


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