Giovedì 5 Dicembre al Monk di Roma, Giuseppe Peveri, in arte Dente, ha presentato al pubblico i singoli che anticipano il nuovo album, in uscita nel 2020.

 

Il nuovo album di Dente, a detta dell’artista emiliano, lo vedrà alle prese con il pianoforte, al quale si è avvicinato da poco e che lo ha stimolato a scrivere e ad approcciarsi ai testi in modo diverso.

Ed è proprio con il piano che Dente, ciuffo ribelle e camicia vintage, alle 22.30 sale sul palco a scaldare il pubblico del Monk con la sua “prima, vecchia canzone”, “Parlando di lei a te”, brano del 2009 tratto dall’album “L’amore non è bello”.

Affiancato dai suoi musicisti (Mattia Pievani alle tastiere e percussioni, Simone Chiarolini -alle tastiere,
Federico Laini al basso, Michele Carrara alla batteria), Dente abbandona il piano e torna alla chitarra, non acustica, come siamo abituati a vederlo, ma elettrica, e riparte con “Canzone di non amore” seguita da “Chiuso dall’interno” e “Incubo”, in cui il pubblico lo accompagna a gran voce.

Quello del Monk sembra un Dente più deciso, con una voce più matura rispetto all’ultima performance che lo ha visto sullo stesso palco due anni fa.
La sua aria trasognata e i suoi giochi di parole annunciano “Adieu”, un brano nuovo, come dice lui stesso.
Poi di nuovo facciamo un salto all’indietro: “Invece tu”, “Ti regalo un anello”, passando per “La settimana enigmatica” e “Buon appetito”, Dente si divide tra chitarra e piano e si lascia cullare dal pubblico che intona in coro: “ quando fai la spesa cosa comperi, di che colore hai colorato i mobili, vorrei non sapere più, neanche dove abiti…”

“Un fiore sulla luna” vede Dente ironizzare sulla tristezza dei suoi pezzi (“con questo pezzo andiamo sempre più giù“), rimarcando così la sua delicata visione dei sentimenti, tra cinismo e disincanto.

Il pubblico non smette mai di far sentire il proprio calore, ed il cantante emiliano lo ringrazia con due inediti: L’ago della bussola” e “Cose dell’altro mondo”, entrambi contraddistinti da una nota introspettiva ma con dei ritornelli che entrano subito in testa e che ti fanno cantare a oltranza: “dimmi com’è l’America, com’è Milano…”

Siamo ancora nel bel mezzo del concerto, Dente intona “Anche se non voglio”, imbraccia la Telecaster e ci fa fare un salto decennale con la “Presunta santità di Irene” e poi prosegue in un crescendo che ci lascia tutti lì a cantare i ritornelli di “Baby building”, “Saldati”, “A me piace lei”, “Coniugati passeggiare”.

“Facciamo 120 bambini, tutti con dei nomi particolari, così gli canto una canzone, di quelle belle che li faccio addormentare…vieni a vivere come me, vieni a vivere…”
Come un buon auspicio o un desiderio, con “Vieni a vivere”, Dente termina il concerto, dimostrandosi ancora una volta, abile narratore della precarietà del mondo e dei sentimenti.

Lui, protagonista indiscusso, sempre alla ricerca di un senso che senso non è, ci trasmette le sue caustiche riflessioni sull’amore e sulla vita e, quindi, se, come diceva Bob Dylan, “addio é una parola troppo grossa”, arrivederci al 2020, Dente!

 

Recensione di Federica Marziali.

Foto di Gianmarco Volponi.


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