I La Crus sono tornati eccezionalmente in scena, non per una reunion, ma per celebrare “Mentre le ombre si allungano – Appunti scenici per voci, suoni e immagini”. Abbiamo intervistato Cesare Malfatti e Mauro Ermanno Giovanardi per farci raccontare la nuova esperienza di uno spettacolo che vent’anni fa aveva già anticipato i tempi. 

 

Avete deciso di rimettere in scena “Mentre le ombre si allungano” a 20 anni dalla sua uscita. Da dove è nata l’idea?

Cesare: L’idea nasce da Giò che è direttore artistico di un festival sugli anni 90 ad Ancona, quest’anno alla sua seconda edizione. Hanno uno spazio in cui fanno concerti che sono sonorizzazioni di film o qualcosa del genere. Ha pensato che potesse essere interessante far capire cosa facevamo con i La Crus vent’anni fa e così abbiamo messo insieme questo spettacolo.

Avete anche però chiarito fin da subito che non si tratta di una reunion. Non avete mai pensato di tornare insieme?

Cesare: Per adesso no. Ci siamo visti solamente per provare questo show, ma il passo di arrangiare o comporre del materiale nuovo è molto più complicato e lungo. Per ora non c’è questa prospettiva, però chissà…si vedrà!

Perché vi siete sciolti?

Giò: I grandi amori non meritano mediocrità. Questo era lo slogan di quando abbiamo deciso di sciogliere i La Crus perché, secondo me, quando questo fuoco sacro comincia a spegnersi, se hai costruito delle belle cose, è un sacrilegio rovinarle ed è meglio smettere prima.

Com’è stato tornare sul palco con lo stesso progetto musicale di vent’anni fa e qual è la forma nuova che ha preso?

Cesare:  Abbiamo cambiato pochissimo. Lo spettacolo è tutto legato a questi due giradischi con le basi su vinile doppio e gli archi su vinile singolo. Costruisco buona parte dello spettacolo con questo “trucchetto”: facendo dei segni sul vinile degli archi e sapendo quando mandarlo. Eravamo legati a questi due dischi e la scaletta era fissata. Abbiamo fatto solo piccoli cambiamenti rispetto al passato eliminando un pezzo ed inserendo Nera signora e cambiando alcune letture che faceva Giò tra un pezzo e l’altro, ma al 90% è uguale a quello di vent’anni fa. In più, oltre ai vinili, alla chitarra e alla voce di Giò, c’è la presenza molto importante delle immagini di Francesco Frongia che ha avuto un po’ difficoltà a ritrovare i vecchi filmati e quindi qualcosa ha dovuto modificare.

I brani che presentate sono tratti dei primi tre dischi dei La Crus, quindi portate in scena molti pezzi che non venivano suonati da tempo. A volte alcune band/progetti disconoscono i primi lavori. Voi vi riconoscete ancora in quei testi?

Cesare: Sicuramente si. Il nostro primo periodo è stato molto bello e siamo orgogliosi di quei tempi, quei testi, quei suoni, anche rispetto a quello che abbiamo fatto dopo. Quindi è stato proprio un piacere tornare a suonare.

Giò: Pur piacendomi tantissimo, i primi dischi dei La Crus non riesco ad ascoltarli perché non mi piace quello che era il mio modo di cantare. Vocalmente sono cresciuto tantissimo e il passaggio dall’inglese all’italiano era stato per me faticoso. Poter cantare quei brani lì dei primi tre dischi con la maturità e la consapevolezza di oggi è una goduria pazzesca. Io sono molto critico con me stesso e in quei due dischi, secondo me, pago un po’ dazio dal punto di vista interpretativo. Lavorando in teatro, con il tempo, ho scoperto l’importanza di togliere per tornare all’essenza. Se un testo è già “peso” di suo e tu carichi troppo un’interpretazione, rischi di fargli perdere credibilità. E’ l’importanza della misura che 25 anni fa sicuramente non conoscevo e lo spettacolo oggi ci ha guadagnato molto.

Uno spettacolo avanguardista che coniuga teatro, musica, fotografia. Anche con “Crocevia”, disco di cover accompagnato da un romanzo, un dvd con immagini e reading, vi ci siete avvicinati. Che rapporto hanno i La Crus con la multimedialità di cui, in qualche modo ne avete anticipato i tempi? 

Cesare: Abbiamo sempre cercato di fare qualcosa di diverso dal normale tentando di dare ad ogni disco un lato di originalità e, sicuramente, la cosa più forte e strana per quei tempi è stato proprio “Mentre le ombre si allungano”. Nel 1999 uno spettacolo con un video, un dj che sincronizza queste immagini nell’ambito cantautoriale, era veramente qualcosa di mai visto. 

Qual è stato il riscontro del pubblico di oggi?

Cesare: Molto buono perché le prime 4 date erano praticamente sold out. Anche al Vittoriale è stato molto bello, abbiamo ricevuto molti complimenti. Sicuramente dopo 20 anni noi siamo cresciuti anche come musicisti e questa cosa si fa sentire. Eravamo fermi dal 2008 e oggi riproponiamo in questo spettacolo solo i pezzi dei primi tre dischi che sono i più sperimentali dei La Crus. Questa cosa piace molto e abbiamo avuto anche complimenti dalle nuove generazioni che si stupiscono delle programmazioni e del suono di quei vinili.  

Un po’ di nostalgia?

Giò: Nostalgia mai e neanche rimpianti. Nei primi quattro concerti che abbiamo fatto la cosa  pazzesca è stata vedere quanto amore e affetto c’è nei confronti dei La Crus. Devo cantare, recitare, farlo tutto con dei tempi, delle posizioni e movimenti precisi e per me è molto faticoso. Quando ho preso in mano i pezzi un paio di mesi fa, ero spaventato. C’erano delle robe che non mi ricordavo, dal testo alle strutture. Fortunatamente siamo riusciti a recuperare un video dello spettacolo che andò su Kataweb e ho iniziato a studiare ripartendo da lì. Un mese e mezzo di disciplina vera dove tutti giorni mi facevo una passata di tutti i brani con la poltrona di casa che poi mi sono portato sul palco. Perché non è un concerto ma uno spettacolo teatrale dove tutto è sincronizzato e il giradischi detta i tempi. È stata una prova molto dura però sono contentissimo perché la gente è rimasta incantata, anche quelli che vent’anni fa non avevano assistito allo spettacolo.

La Crus nascono con la scena milanese degli anni 90 e sicuramente le danno forma. Mi parlate di quei tempi?

Cesare: Sono stati degli anni molto belli. Erano i nostri primi anni come musicisti dove inizi qualcosa e funziona già in partenza e tutto va così bene e veloce. Abbiamo fatto sentire il nostro primo disco a case discografiche e non erano convinte. Poi al Tenco siamo riusciti, con una presentazione, a conoscere Valerio Soave che sarebbe poi diventato il nostro manager. Nasceva la Mescal e da lì è partito tutto. In quegli anni molti gruppi avevano un bagaglio musicale che veniva dagli anni 80 e dal post punk, da una prima esperienza anglofona e con tante difficoltà per il passaggio all’italiano. Ma questo ha dato un’identità ai gruppi di quel periodo storico.

Come vi sentite oggi rispetto a questa nuova scena di cantautorato che è nata negli ultimi anni e che qualcuno chiama di “terza generazione”? 

Cesare: Noi siamo sicuramente un classico però anche ora ci sono delle cose che a me piacciono: Riccardo Sinigallia, Francesco Motta, Iosonouncane..e sento che alcune cose vengono ispirate anche da quello che avevamo fatto noi 20-25 anni fa. 

Giò: Mi piace Francesco Motta, che sembra proprio il figlio di quella generazione là. Poi Colapesce, Brunori. Nomi che hanno un’urgenza di un certo tipo, non legata all’immagine. Perché in molta della roba contemporanea mi sembra che manchi la sacralità. Per noi fare i soldi e diventare famosi era un qualcosa che arrivava dopo. Noi non facevamo le canzonette, avevamo un background che comprendeva gli ascolti di gente come Joy Division e Nick Cave. Era come mettersi una divisa e dire “Io non sono come la musica italiana pop anni 80”. Per noi fare musica coincideva con il bisogno di distinguersi, era concettualmente un’altra roba: era fare parte di un pensiero, di una corrente, di una scena, di un modo di pensare. 

Band come i La Crus, gli Afterhours, i Marlene Kuntz hanno interpretato il disagio di una generazione e lo hanno tradotto in musica. C’è ancora posto in questo panorama per progetti del genere?

Giò: Quando noi abbiamo iniziato a suonare non c’erano i telefonini, era un altro secolo. Una volta partimmo per Reggio Emilia per andare e vedere un concerto di Nick Cave con Manuel (Agnelli). Era stato un concerto così potente con un’atmosfera che potevi tagliare con il coltello. Per noi la condivisione era andare tutti insieme a vedere un concerto. Ora questo termine ha completamente un altro significato. Sembra più importante postare una foto figa, trovare un’idea folle, creare hype per promuovere il singolo, piuttosto che scrivere una bella canzone ed è svilente per uno che fa questo lavoro. Non ho mai conosciuto un genio che ha scritto un pezzo e non ci lavori sopra, figurati quelli che geni non sono! Non generalizzo ma si rischia di buttare lì un sacco di roba che sono degli abbozzi mai rifiniti.

Scelte di partecipare a Talent, come quella di Manuel Agnelli, ne faresti?

Giò: Ognuno fa le proprie scelte. Sicuramente gli Afterhours e Manuel hanno beneficiato di X-Factor, come quando noi andammo a Sanremo con “Io confesso” e nessuno conosceva i La Crus, perché stare tutte le sere in tv sicuramente porta visibilità. Poi Manuel è stato molto bravo. Avevo fatto delle chiacchiere con quelli di Free Mantle qualche anno fa, poi però non me la sono sentita e dissi di no perché mi sembrava poco onesto da parte mia, ma poi forse uno è troppo rigido con se stesso (parlo di me). Ora forse sarei più pronto e il fatto che artisti come Manuel prima e Samuel ora lo sdoganino, è positivo dal punto di vista dell’apertura verso altre cose, anche se non so quanto sia possibile fare una rivoluzione dall’interno.   

 

 

Per il tuo progetto solista, dopo l’album di cover “La mia generazione”, stai lavorando su qualcosa di nuovo?

Giò: Sto lavorando su delle canzoni che ho raccolto da un po’ di tempo a questa parte e che era il momento di tirare fuori, diversi pezzi scritti a quattro mani con qualche amico come Bianconi e Anastasi. Sto cercando di fare un disco che abbia un suono un po’ più black, meno country western e un po’ più inglese, dove è il pianoforte che comanda. Abbiamo fatto qualche settimana di pre-produzione ed è stata molto importante per spingere i brani in una direzione univoca, sono molto curioso anche io. Da quando ho lasciato i La Crus non c’è stato un disco con un qualcosa di elettronico, mentre in questo sicuramente ritorneranno delle sonorità di questo tipo.

 

I prossimi appuntamenti live:

2/3/4 Luglio Milano – Teatro Elfo Puccini

6 Luglio Gardone R. (BS) – Parco del Vittoriale – Laghetto delle Danze

04 Agosto Finale Ligure (SV) – Fortezza di Castelfranco – Digital Fiction festival

7 Settembre Ancona – Mole Vanvitelliana – La Mia Generazione Festival

1 Novembre Parma – Casa della Musica 13° edizione festival “Il rumore del lutto”.


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