Artista eclettico dalle mille sfumature, abbiamo intervistato Jacopo Ratini sul suo ultimo lavoro “Appunti sulla felicità”. Un disco di pensieri  e post-it messi in musica. 

 

“Appunti sulla felicità” è l’ultimo lavoro di Jacopo Ratini, uscito lo scorso Novembre per Atmosferica Dischi.  Dopo essersi laureato in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, nel 2007, Jacopo Ratini comincia l’attività di cantautore. Vince numerosi premi e festival nazionali di musica d’autore tra cui Musicultura, il Premio Lunezia, il Tour Music Fest. Partecipa al Festival di Sanremo 2010 nella categoria Nuove Proposte con il brano “Su questa panchina”. Due dischi all’attivo, “Ho fatto i soldi facili” (Universal 2010) e “Disturbi di Personalità” (Atmosferica Dischi 2013).

Jacopo Ratini è ideatore del Salotto Bukowski , un reading-musicale tra teatro e canzone, in cui le poesie di Charles Bukowski s’incontrano a livello tematico e concettuale con gli artisti che hanno reso grande la canzone d’autore italiana. Da anni si occupa dell’organizzazione di eventi artistici e culturali per club e manifestazioni ed è docente di scrittura di canzoni, dal 2016 entra a far parte di diverse accademie musicali come docente di songwriting.

Il 1° Ottobre 2018 esce, in anteprima su Repubblica.it, il videoclip del brano “Cose che a parole non so dire”, singolo che entra nella Viral 50 – Italia di Spotify e che anticipa il suo terzo Album “Appunti sulla Felicità”. Dal 20 Dicembre è in rotazione radiofonica “Quando meno te l’aspetti” il cui videoclip viene girato durante il concerto di presentazione del disco, al Wishlist Club di Roma. Il 22 marzo 2019 esce nelle radio “Appunti sulla felicità”, terzo estratto dall’omonimo album.

 

Qui la nostra intervista.

 

 

 

Ciao Jacopo, ascoltando i testi dei brani di “Appunti sulla felicità” sembra che tu abbia messo in musica i pensieri e le immagini che ti porti dentro riguardo alla vita. Come nasce questo disco?

Il disco è una raccolta di pensieri, aforismi e frasi che avevo “appuntato” su dei post-it gialli, attaccati su una lavagna di sughero in casa mia. Da quegli spunti e da quegli input sono nate gran parte delle canzoni che compongo il disco. E’ stato un taglia e cuci creativo molto interessante.

E’ un lavoro autobiografico?

Si. Mi sono messo a nudo e ho parlato di me in maniera molto più sincera e schietta rispetto agli altri due album. Ho scritto e raccontato di ciò che mi è accaduto in questi ultimi quattro anni di vita. Le gioie, l’amore, le speranze, i cambiamenti, ma anche le cadute, le risalite, le perdite e gli errori.

“Cose che a parole non so dire” è il primo singolo estratto e il videoclip che lo accompagna vede come protagonista un panda mezzo umano che si barcamena in solitaria tra la gente nella quotidianità fino a quando incontra il suo simile dell’altro sesso. Cosa volevi raccontare con questo brano riguardo ai rapporti personali che oggi sono sempre più mediati dai mezzi di comunicazione?

Volevo rendere omaggio ai silenzi. Non quelli che celano qualcosa di negativo, bensì quelli che sottendono ascolto, comprensione e consapevolezza. Ci sono silenzi che comunicano in maniera molto più risonante di qualsiasi urlo. In un mondo frenetico come il nostro ritagliarsi dei momenti di silenzio è una forma di amor proprio inevitabile. L’idea del videoclip nasce dal presupposto di voler fare interagire dei soggetti che non parlassero, comunicassero solo a gesti ma si comportassero come dei veri e propri esseri umani. Ho scelto il panda perché è un animale simpatico, buffo ed è caratterizzato da due dei miei colori preferiti: il bianco ed il nero.

Il brano è anche entrato in Viral 50 – Italia di Spotify.  Oggi il classico modo di promuovere la propria musica attraverso le radio sembra sorpassato da altri canali come, appunto, le piattaforme di streaming. Come ti trovi con questo nuovo modo di diffusione della propria musica?

Mi sento sempre accelerato ma cerco di rimanere costantemente al passo coi tempi. A volte ci riesco alla grande, altre volte perdo velocità e sono costretto a rallentare. Il bilancio di questi 8 mesi è decisamente positivo: ho imparato molto da Spotify, da Youtube e dai social. Ho compreso le dinamiche alla base delle playlist e di come si cura quotidianamente un singolo ed un album intero. Le canzoni sono una cosa seria e il lavoro che c’è dietro ad esse deve essere altrettanto serio. Il pubblico e gli addetti ai lavori ci mettono pochissimo a capire se un progetto è stato lavorato con cura o meno. Perciò la qualità ha un peso specifico importante nel nostro lavoro. Pur non essendo un amante della frenesia di questo nuovo tipo di realtà liquida, credo di aver preso le giuste misure e di essermi mosso bene da indipendente. Sono molto soddisfatto.

Da dove è iniziata la tua passione per la musica?

La mia passione nasce all’età di sedici anni quanto ho preso la chitarra eco dodici corde di mio padre ed ho iniziato a buttare giù i primi accordi ed i primi versi. L’idea era quella di comunicare in canzone i miei pensieri e di suonarli di fronte ad un pubblico. Ho messo su una band con alcuni amici del liceo e abbiamo iniziato a portare in giro i miei brani. Era tutto molto elettrizzante. Poi sono entrato all’università, ho iniziato a studiare ed ho deciso di continuare a scrivere canzoni per conto mio e di lasciar perdere i sogni di “successo” che avevo con la band. Ma si sa, la musica è una vocazione e quando decide di ripresentarsi, lo fa senza indugi o via di scampo. Così dopo essermi laureato in psicologia ho sentito la necessità di fare sul serio. Ho registrato un Ep con i brani migliori che avevo scritto fino a quel momento e da lì è iniziata una splendida avventura fatta di tre dischi, un libro di poesie e racconti, un’Audiofiaba, concerti e spettacoli teatrali in lungo e in largo (vedi anche il Salotto Bukowski). Una meravigliosa avventura che continua tutt’ora, a distanza di dieci anni.

Sei laureato in psicologia. Quanto hanno influito i tuoi studi, più scientifici, sul tuo lato artistico?

La psicologia è presente in ogni aspetto della mia vita lavorativa. Dall’analisi del testo di una canzone, alla scelta di una tematica, alle suggestioni emotive di un arrangiamento. La psicologia è una lente d’ingrandimento di molti stati d’animo ed emozioni. L’empatia nel rapporto con gli allievi a cui insegno songwriting. La selezione artistica che faccio quando creo la programmazione musicale di un locale. Tutto questo è psicologia.

Sei stato anche sul palco del Festival di Sanremo nel 2010 con il brano “Su questa panchina”. Com’è stata la tua esperienza e cosa pensi della musica ascoltata quest’anno sul palco dell’Ariston? Ne senti ancora l’eco?

Del Festival di Sanremo ricordo l’emozione, la gioia ma anche l’incoscienza di cantare una canzone nata in una stanzetta di fronte a milioni di persone: le mille interviste, le foto, gli spostamenti frenetici da un posto all’altro per fare promozione al disco e alla canzone; un’orchestra di sessanta elementi che suona il brano che ho scritto; il vestito rosso, la biglia, i miei compagni di avventura Nina Zilli, Arisa, Ermal Meta, Simone Cristicchi e Tony Maiello; Massimo Giletti che mi ferma e mi dice «Bravo, ieri sera ti ho televotato!».

La scrittura dei testi è per te un punto di partenza fondamentale e ce ne accorgiamo subito mettendo play su qualsiasi delle tue canzoni, anche per l’attenzione che riservi alle immagini. Secondo te è ancora fondamentale il testo in questo momento storico, come veicolo per trasmettere un messaggio?

Dal punto di vista compositivo, a mio avviso, il testo rimane una delle componenti comunicative fondamentali nell’economia di una canzone. Ne è testimone il mio lavoro di docente di songwriting. Nelle mie masterclass mi interfaccio con più di cinquanta allievi ogni mese, che vengono da me per migliorare le tecniche di scrittura-canzone. Dal punto di vista discografico, invece, noto un calo di attenzione alla componente testuale ed una maggiore focalizzazione degli addetti ai lavori sulla ricerca dei suoni e sulla creazione del personaggio.

Oltre che musicista sei anche un bravissimo organizzatore di eventi: un artista che, oltre a cercare spazio nel vasto panorama musicale che ci sommerge, riesce anche a mettersi in prima linea, dall’altra parte della barricata, per dare spazio ad altri con la sua stessa necessità di trasmettere la loro arte. Come coniughi questi due aspetti di te e cosa di ognuna ti aiuta nell’altra?

La direzione artistica e l’organizzazione degli eventi sono state e sono tutt’ora delle grandi palestre. Mi hanno insegnato ad essere ancora più attento e sensibile nei confronti dell’arte, della cultura e di chi vive il mestiere di artista. Quando mi interfaccio con i cantautori che ospito nelle mie rassegne mi rendo conto che c’è una grande solitudine e precarietà in chi vive questo lavoro, che può essere compensata con l’empatia e lo scambio umano che avvengono durante un sound-check, una cena o un live. Per questo mi piace organizzare eventi in cui l’artista ha un contatto diretto col pubblico. Perché c’è più verità in quel tipo di esperienza che in mille altre situazioni.


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