Go Go Diva, è il nuovo album di inediti di La rappresentante di lista uscito il 14 dicembre per Woodworm Label. In occasione dello showcase di presentazione a Roma, abbiamo incontrato Veronica Lucchesi che ci ha raccontato la genesi e i futuri sviluppi di questo lavoro. 

 

La rappresentante di lista è il progetto di Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina, allargato ad una formazione di sei elementi in occasione del nuovo album Go Go Diva che arriva dopo il secondo Bu Bu sad (candidato alle Targhe Tenco come miglior disco dell’anno). Un progetto molto più che interessante che attrae, tra le altre cose, per la potente vocalità della Lucchesi che arricchisce l’elettronica sapientemente usata nei brani.

Abbiamo assistito allo showcase di presentazione del nuovo album il 14 dicembre a Roma e, con l’occasione, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Veronica che ci ha raccontato la genesi e gli sviluppi futuri di questo nuovo lavoro.

 

La Rappresentante di lista

La Rappresentante di lista live @ ‘Na Cosetta. Ph. Adila Salah

 

Ciao Veronica, La Rappresentante di lista è finalmente fuori con nuovo album. Come ti senti?

Tra l’euforia e il sollevato. Ora, finalmente, questo album è di tutti e sono molto curiosa di sapere quali nuovi significati, che nemmeno io conosco, prenderanno le canzoni, come prenderanno vita propria camminando con le loro gambe.

Da Bu Bu sad a Go Go Diva sono cambiate un po’ di cose, anche nella formazione, con l‘entrata in scena di Roberto Calabrese alla batteria. Me ne parli?

All’inizio, quando suonavamo in duo, io suonavo un timpano, un rullante e un piatto. Poi è arrivata Marta con un set particolare con altri timpani, rullanti e piatti, altri colori di percussioni. Per questo disco serviva tutta l’orchestra di batteria: tom, crash, charleston. Roberto, oltre ad essere un bravissimo musicista, è un batterista con un gusto molto affine al nostro. Lo conosciamo da tanto tempo e lo abbiamo sempre desiderato, e quando è capitata l’occasione si è unito al progetto con grande gioia.

Go Go Diva arriva, appunto, dopo Bu Bu Sad. E’ un caso che questi due titoli suonino in modo simile?

Sicuramente ci abbiamo pensato al fatto che suonino uguali, hanno lo stesso gioco, la stessa ripetizione. E non mi dispiace, mi sembra la giusta prosecuzione. L’ispirazione per questo disco nasce da Lady Godiva, un personaggio del 900 che scende da cavallo nuda contro il marito che voleva mettere le tasse al popolo. Lui la sfida e le dice “io le tolgo se tu vai nuda per il paese” e lei ci va, lo fa. Questo è un potente utilizzo del corpo. Ci fu una nottata in cui io ero in Toscana e Dario a Palermo. Ci scambiavamo dei messaggi per trovare il titolo, e io gli ricordai di questo personaggio. Poi questo gioco di parole che avevamo usato in precedenza ci tornò utile perché questo “Go Go” sembra proprio un inno da stadio, un incitamento, una carica che qualcuno ti da e ti dice “Vai, vai Diva, Vai Godiva”.

Come si sviluppa il vostro lavoro in studio?

Quando scriviamo le prime bozze c’è un primo orecchio che le ascolta, quello di Roberto Cammarata che è un altro elemento della band da sempre, anche se non suona con noi. Nella prima fase noi andiamo con la chitarra in studio da lui a Palermo e iniziamo a fargli sentire le canzoni mentre lui ci apre il suo parco giochi, ci mostra i synth che ha in quel momento, ci mostra dei suoni che per lui sono particolarmente interessanti. Spesso noi andiamo distruggendo tutto quello che lui ci propone, sovvertiamo tutte le leggi che ci sono all’interno dello studio e proviamo a capire cosa suona bene con quelle parole. Proviamo all’infinito, ci divertiamo, poi arrivano gli altri componenti della band, chi aggiunge dei colori con delle percussioni, con delle voci, con dei fiati, e via via si vanno componendo i brani come un gioco di fantasia, dove tu ti immagini che ad un certo punto entri questo strumento o questa voce.

Il tema principale in Go Go Diva sembra essere l’amore in tutte le sue sfaccettature. Come sono nate le idee per questi brani ?

Si, c’è sempre amore. I brani sono nati inserendo in un unico foglio word tutte quelle che erano le nostre suggestioni, sia come persone singole, sia come coppia artistica e come persone che vivono all’interno di una società in un periodo politico particolare. Tutta questa serie di appunti e note audio le abbiamo trascritte su questo foglio e ad un certo punto le canzoni si sono incastrate da sole come pezzettini di un puzzle che si uniscono. Ad un certo punto io non ricordavo più cosa avessi scritto io, e Dario non ricordava più cosa avesse scritto lui, perché ognuno di noi aveva rimaneggiato quello che aveva scritto l’altro. C’è stata una sorta di comunione di intenti in quello che facevamo. Le canzoni sono venute da sole e le melodie anche. È stato un periodo molto ricco, avevamo tanta energia da spendere ed abbiamo passato un lungo periodo in studio a Palermo alla ricerca di suoni particolari. Avevamo la necessità che ogni canzone prendesse la sua atmosfera e i suoi personaggi, il suo microclima. Abbiamo messo una grandissima attenzione al dettaglio per far si che questi brani respirassero davvero.

In questo album, rispetto ai due precedenti, la componente elettronica sembra molto più forte.

Si, c’è stato tantissimo utilizzo degli strumenti elettronici: sintetizzatori, flauti che fanno da sintetizzatori, tanti modi diversi di sperimentare, anche attraverso la musica. Oltre al testo e al dettaglio delle parole avevamo la necessità di caratterizzare moltissimo i brani, anche dal punto di vista musicale, in modo che anche questo aspetto parlasse. Ci sono infatti alcuni synth che ripetono le mie parole, mi fanno quasi il verso.

Con questo album c’è stato poi il passaggio ad una nuova etichetta. Com’è stato entrare a far parte della famiglia di Woodworm ?

Bellissimo! Io amo molto i miei collaboratori, sono una grandissima squadra, dei grandissimi lavoratori. Hanno preso a cuore tutto il progetto e ci stanno aiutando moltissimo, lo lavorano con grande intensità e passione, lo hanno compreso e, per alcuni aspetti, lo stanno ancora comprendendo. Noi ci sentiamo sollevati perché loro coprono tantissimi ruoli importanti che per certi versi non avevamo mai avuto.

Come porterete dal vivo Go Go Diva ?

Saremo in sei: Dario, oltre a suonare la chitarra, sarà anche al basso. Erika, oltre al sassofono, suonerà la chitarra elettrica, Marta ha aggiunto un flauto che fa da sintetizzatore, ed è molto divertente. Poi ci sarà Roberto alla batteria, Enrico ha aggiunto altri synht al suo parco giochi. Credo che più che un concerto, sarà uno spettacolo vero e proprio. Sicuramente aggiungeremo dei dettagli che provengono dal teatro, che è la nostra formazione di nascita

Infatti tu e Dario siete anche attori teatrali. Riuscite a portare avanti entrambe le situazioni tranquillamente ?

Diciamo che in questo momento la musica è un’urgenza più forte. Però il teatro ha degli strumenti interessanti e sempre nuovi da regalarci, quindi anche se magari non siamo direttamente in scena con degli spettacoli di altre produzioni cerchiamo sempre di portare il teatro con noi, proprio perché abbiamo sempre lavorato in un teatro che da spazio alla fisicità e al corpo e che ci viene sempre in soccorso.

Lo scorso anno siete stati anche allo Szieget. Che esperienza è stata ?

Molto bella, fuori di testa, perché poi abbiamo fatto tutto il festival in campeggio e c’era un caldo da morire ma abbiamo visto dei concerti stupendi e stare lì a suonare ci ha dato la possibilità, anche se per poco, di assaporare cosa significhi avere un pubblico estero, internazionale. È stato piacevole, lo rifarei.

Il vostro genere musicale in effetti non ricalca cose che in Italia siamo abituati ad ascoltare in questo momento storico. Come definiresti quello che fate?

Ogni volta è un delirio definirsi, ma abbiamo trovato una parolina presa da un altro campo, da una sfera prettamente sessuale che è “Queer”. Se tu vai alla definizione e togli tutti gli aspetti che hanno a che fare con la sessualità, trovi un significato trasversale di questa parola, senza schemi, senza classificazioni, libero dall’identità di genere, in qualche modo fluido, che non ha paura di mischiare. Quello che facciamo potrebbe proprio essere queer, quindi queer music, anche se non trattiamo tematiche queer propriamente dette. Però queer ci piace.

Il nome Ldr viene proprio dal fatto che nel passato tu hai fatto la rappresentante di lista. Molte cose stanno cambiando nel panorama politico e anche sociale in questi tempi, come hai detto tu stessa poco fa. Pensi che la musica possa ancora far qualcosa per portare una voce a chi ascolta?

La musica deve farlo assolutamente. È fondamentale che chi faccia arte rivolga lo sguardo alla responsabilità che ha quando sale su un palcoscenico. Quando si ha la possibilità di avere un pubblico che ti ascolta, e persone che credono in quello che dici, devi avere un altissimo senso di responsabilità e assicurarti di portare un punto di vista che aiuti gli altri a guardare in una maniera differente alla vita, se pensi che la situazione sia molto pericolosa, come in questo momento io credo che sia. È necessario tornare a parlare in un modo nuovo, perché la musica in questo momento, secondo me, soffre di un lessico tradotto male, e che alle volte è limitato sempre ai soliti termini. Quello che mi piacerebbe è che la musica fosse un atto politico e sociale.

 

 

A proposito di lessico, nei vostri testi usate parole molto forti. Nel singolo “Questo corpo”, immagini come lingua, peli…e anche il videoclip del brano ha proprio delle immagini immediate che mettono te e il tuo corpo in prima linea. Come nasce l’idea di questo video?

L’idea è nata insieme alla regista, Manuela Di Pisa con la quale abbiamo un bellissimo scambio quando siamo in procinto di scrivere dischi. Insieme facciamo sempre un brain storming continuo. Questa idea nasce dal fatto di essere corpo in primo luogo. Il corpo visto quasi senza filtri, al di là di quelli che poi fanno in modo che un videoclip si chiami tale, ad esempio per lo studio della luce, ecc. Ma girando intorno a tante idee, alla fine dovevamo far quello: mostrare il corpo con semplicità, con i suoi organi, con la lingua in primo piano, e molte persone sono rimaste sconvolte da questo. Però il corpo è proprio il mezzo con cui andiamo nel mondo, con cui comunichiamo, quindi doveva esserci per forza una canzone con questo nome, un brano che ci guida, che ci solleva, che ci porta anche dentro la crisi più nera e poi urla per tornare in superficie.

Se hai dei momenti di crisi nera come li superi ? Cosa ti ridà l’ispirazione?

Mi piace molto l’opera lirica, tantissimo. E poi mi piace moltissimo ballare, quindi quando sento canzoni che mi muovono dalla testa ai piedi, vivo dei momenti di grande liberazione. Ma mi piace anche fare delle lunghe camminate, quelli sono momenti nei quali mi sollevo un sacco.

 

 

 

Concerti

 

25/12/2018 Palermo – Candelai – SOLD OUT

26/12/2018 Palermo – Candelai 

01/02/2019 Torino – Hiroshima Mon Amour

02/02/2019 Milano – Serraglio

08/02/2019 Pisa – Lumiere

09/02/2019 Roncade (TV) – New Age

22/02/2019 Roma – Monk

23/02/2019 Modena – Vibra

01/03/2019 Brescia – Latteria Molloy

02/03/2019 Ravenna – Bronson       

23/03/2019 Bologna – Locomotiv

06/04/2019 Firenze – Flog

19/04/2019 Santa Maria a Vico (CE) – Smav

20/04/2019 Arezzo – Karemaski


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