36 brani dal vivo per 3h e 10 minuti di concerto. E’ il riassunto, in due parole, di una serata epica, quella con i Pearl Jam il 26 giugno 2018 allo Stadio Olimpico di Roma. Qui il nostro racconto !

Chi ha visto la band di Eddie Vedder almeno una volta nella vita già sa che si tratta di uno spettacolo imperdibile. Chi non li ha mai visti, invece, dovrebbe rimediare alla lacuna. Al più presto!

I Pearl Jam tornano dal vivo con tre date in Italia iniziando da Milano, poi Padova per poi concludere a Roma. Sono passati 22 anni dalla loro prima apparizione qui, come ricorda lo stesso frontman all’inizio della serata, ma il suono e l’energia che si propagheranno in più di 3h e 10 minuti è quella di sempre.

Sono le 21:15 quando all’Olimpico iniziano a calare le luci e la band sale finalmente sul palco. Il brano scelto per l’apertura è Release: “Oh dear dad, can you see me now? I am myself like you somehow”. Un’emozione che coglie subito il pubblico nel suo intimo per trasportarlo in un fluire di sensazioni uniche.

Vedder chiarisce fin da subito: “Questa sera suoneremo finché non ci manderanno via”. E’ una promessa che sarà mantenuta da una band in formissima dopo i problemi alla voce del cantante che hanno costretto i Pearl Jam ad annullare la data di Londra.

Il concerto prosegue con Small town per poi prendere la rincorsa con una Interstellar Overdrive che prepara “la solita” Corduroy: è il boato di un pubblico che inizia ad intuire di doversi preparare a qualcosa che si rivelerà epico.

Pearl Jam Setlist Roma

E così infatti sarà. Tra messaggi politici e sociali ai quali la band ci ha da sempre abituati (Fuck Trump – #Apriteiporti – Women Celebration) per quanto riguarda i brani eseguiti non c’è veramente bisogno di evocare l’intera scaletta, perché in questo può aiutarci l’amico Google in qualsiasi momento. Perle rare, momenti con un Vedder solista all’ukulele che sicuramente l’Olimpico non aveva mai visto, e brani più celebri come Black, Betterman, Even flow, Alive, Jeremy, che la band alterna da sempre sapientemente. A dover parlare, questa volta, sono le emozioni vive sulla pelle anche nei giorni successivi. Le emozioni lasciate da un concerto che inizia con le lacrime e finisce dopo più di 3 ore con la felicità negli occhi mentre continui a cantare “Keep on rockin’ in the free world” tornando a casa, (forse) stanco per aver saltato sul posto nel prato per tutta la sera. Una stanchezza che è stata alleviata da un vento fresco di uno strano Giugno romano e dalla luna piena fissata ad illuminare il cielo sopra lo stadio. Sarà la magia di una band che, guarda caso, ha per me avuto lo stesso effetto del loro primo concerto visto in una “Verona 2006” per buona parte sotto l’acqua.

Eddie Vedder e i suoi Pearl Jam rappresentano la verità del rock con la sua anima più pura. Chi dice che il grunge è morto e il rock ha lasciato spazio ad altro, è completamente fuori strada. Con i Pearl Jam il grunge ha ripreso a splendere di luce propria trasformando il disagio che lo animava in linfa vitale. E’ stato più che chiaro quando il 26 giugno all’Olimpico, su richiesta di Vedder durante la sua bellissima versione di Imagine, ogni singola persona ha acceso il telefonino per illuminare la venue. Lo abbiamo capito nella loro personale Comfortably Numb dove i Pearl Jam hanno dato conferma di essere una delle poche band al mondo degna di un excursus tra la loro e altrui carriera. Lo abbiamo capito ascoltando 3h di un concerto in cui Vedder ha corso instancabile da un lato all’altro del palco per lanciare tamburelli al pubblico come se nel backstage ne avesse un vagone a disposizione, o mentre scendeva a stringere le mani della gente in transenna condividendo le sue bottiglie di vino con il pubblico in adorazione.

Il concerto dei Pearl Jam all’ Olimpico è stato una grande festa con un sacco di amici invitati. Una festa che ha lasciato spazio anche alle voci, sempre poco ascoltate, di Matt Cameron, Mike McReady e Stone Gossard. Una festa che non si è spenta neanche quando le luci dello Stadio si sono riaccese nella (falsa!) speranza della struttura che i 6 abbandonassero il palco.

 

Photo: Danilo Giovannangeli

 

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