Esce il prossimo 16 febbraio Ortiche (Granita Records), il lavoro di debutto di Kerouac, nome dietro cui si cela il cantautore Giovanni Zampieri, ventunenne studente di sociologia che raduna qui nove brani scritti lungo un periodo di quattro anni, in parallelo ad una lunga opera di costruzione del proprio sound.

Nate da una chitarra acustica e da una manciata di fogli bianchi, le tracce di Ortiche hanno infatti incontrato la produzione di Andrea Gallo (bassista dei Four Green Bottles), anch’egli per la prima volta in veste di produttore, che all’Atomic Studio di Camposampiero (PD) ha ibridato l’impalcatura dei pezzi – rimasti nella versione originaria per quanto riguarda la maggior parte delle voci e delle chitarre acustiche – con forme elettroniche di matrice hip-hop, trap e urban, fra beat bassi e profondi e arcuate strutture melodiche che accrescono notevolmente la forza evocativa dei testi.
Nonostante sia un (doppio) esordio, Ortiche è un concept album che testimonia una sorprendente capacità di cogliere un mood generazionale ma soprattutto contemporaneo, quindi in grado di superare le barriere anagrafiche e parlare a tutti. Quelle di Kerouac sono canzoni di un moderno cantastorie metropolitano, fluttuanti nella nebula inquieta e digitale del presente, là dove il futuro è incerto e la malinconia è un’occasione di fervida immaginazione, come fuga o denso svelarsi della realtà. Ma le tracce affermano pure una precisa identità artistica, che è andata evolvendo brano dopo brano a livello di songwriting ed ha trovato nelle campiture elettroniche di Andrea Gallo un amalgama decisivo.

ortiche

Ortiche è un concept-album politico, racconta con toni drammatici e spesso volutamente espressionisti la presa di coscienza del mondo da parte di un un ragazzo, mescolando la rabbia verso le ingiustizie, l’amore che isola e annienta per una ragazza dai capelli viola, una dolce amarezza come un ossigeno plumbeo che si respira ovunque, il disincanto e l’impotenza di fronte alla pervasività del potere. Ogni canzone contribuisce a tratteggiare uno scenario che unisce immagini galattiche, apocalittiche, preistoriche, atomiche e suburbane su un palcoscenico dove sia chi canta sia chi ascolta può proiettare liberamente i propri personaggi, la propria trama e le proprie emozioni. Non c’è insomma un’unica verità, come non c’è un’unica risposta alle domande di un tempo sempre più aeriforme e incerto.
Tuttavia le liriche riflettono in varie forme i pensieri dell’autore, le critiche alla società contemporanea e le ipocrisie della quotidianità, inserendo in Rifugio il suono delle monete di Money dei Pink Floyd e in Divise un campionamento tratto da un’intervista di Massimo Bitonci, ex sindaco di Padova (Lega Nord), in cui afferma che “i parchi servono per i bambini, non servono per i clandestini”.

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Chissà chi si ricorderà di noi, delle nostre mezze verità / siamo come i colori sbiaditi dei tristi graffiti nelle città / siamo i colpi di stato falliti, la democrazia e la sua crudeltà“ canta Kerouac in Graffiti e sono forse questi i versi che rappresentano al meglio il mood di Ortiche. Un disco dove gli angeli hanno le ali di cartone, le panchine sono state tolte dai parchi, il sentimento esplode come “un’autobomba che brucia in una città vuota” e chi viene abbandonato chiede “decolorami anche gli organi interni”. Perché ci sono i carri armati nelle metropoli “per guerre mai dichiarate” e chi alza gli occhi dalle texture bluastre di uno smartphone e guarda il mondo ne conserva, oggi e in futuro, una polaroid che non si sbiadirà mai.

 

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