Il 10 novembre è uscito “Il Lupo Cattivo“, il nuovo disco del cantautore romano Lucio Leoni. Gli abbiamo fatto un colpo di telefono per farci raccontare qualcosa di questo lavoro, del suo passato e… di Tiziano Ferro! Qui di seguito la nostra intervista.

Il Lupo Cattivo” è il nuovo atteso disco del cantautore romano Lucio Leoni. Si tratta del terzo album per uno dei pochi artisti, in Italia, capaci portare in canzone i monologhi viscerali tipici del teatro interiore, strutture rap e impeti punk, pur mantenendo un forte legame con la tradizione cantautorale italiana. Brillante e provocatorio, Lucio Leoni usa l’espediente del Lupo Cattivo per parlare di emozioni universali e concetti senza tempo, per costruire una sorta di “saggio sull’esistenza” che non porti con sé una data di scadenza. Significati e significanti si mescolano in costruzioni logiche o illogiche, per farsi dialogo interiore o racconto.

Il Lupo Cattivo

Ciao Lucio, nella tua biografia si parla di teatro, calcio, conservatorio, musica elettronica, produzione, fonia, ora ti dedichi anche alla radio… cosa ti piace di più? Non fai un po’ troppe cose?

Ciao! La sensazione di fare troppe cose ce l’ho a volte, diciamo che ci provo da tutte le parti! Produzione, fonia, radio… prima o poi qualcuno si dovrà accorgere di me! [Ride] La parte musicale è sicuramente quella che mi diverte di più, il calcio è un gioco. Il conservatorio mi ha formato e la produzione discografica è quella che mi piace di più in questo momento effettivamente.

Si legge anche di un periodo statunitense in cui hai riscoperto la passione per la musica. Che cosa è successo in America?

Ho scoperto i Rage Against the Machine, questo è successo in America! Avevo 17 anni, i miei amici erano appassionati frequentatori di concerti e allora ho iniziato anche io… ho scoperto quanto fosse bello il rito orgiastico della performance live e questo mi ha spinto una volta tornato in Italia a riprendere gli studi musicali che avevo lasciato.

Hai iniziato a scrivere pezzi tuoi già in quel periodo?

No, qualche tempo dopo, intorno ai 19-20 anni, prima non mi interessava più di tanto. Ad un certo punto ti parte l’urgenza e capisci che ti devi sfogare, quindi o ti iscrivi in palestra… o scrivi canzoni! [Ride]

Il disco si apre con “La pecora nel bosco” che, anche se non si direbbe dal titolo, parla del rapporto di coppia. Come mai si chiama così? Volevi creare una sorta di filo conduttore con questa immagine, dato che la tracklist poi si chiude con “Il lupo cattivo” (che dà anche il nome a tutto il progetto)?

“La pecora nel bosco” parla del rapporto di coppia guardandolo dal punto di vista delle difficoltà, dei momenti nella coppia in cui ci si perde un po’, come Cappuccetto Rosso nel bosco che perde la strada per la casa della nonna. Il succo è che io amo molto i concept album però in questo periodo storico sono un po’ rischiosi, per cui, visto che c’è un pensiero dietro al disco, mi piaceva l’idea che il filo rosso partisse dalla pecora e chiudesse poi con il lupo.

Cosa ti ha portato a parlare di questo “lupo cattivo”?

E’ un periodo piuttosto strambo dal punto di vista dell’umanità, ci si ritrova a pensare che il nemico sia qualcuno quando invece spesso lo è tutt’altra cosa, si passa attraverso pregiudizi completamente sbagliati, perché ci fanno vedere le cose in maniera distorta. Più che altro bisogna interrogarsi su cosa sia il lupo cattivo veramente, dovremmo metterci il giudizio più che il pregiudizio. Cercavo proprio di interrogarmi su questa figura del lupo cattivo: basta che tu non sia italiano, che tu sia un po’ più debole o in difficoltà, che subito vieni allontanato e riconosciuto come pericoloso. Per cui mi andava di fare domande, più che trovare risposte, di trovare il senso del “cattivo”.

E invece “Le interiora di Filippo”, brano assurdo che ha anticipato l’album, com’è nato?

E’ l’unico che ho scritto a quattro mani, perché nasce in una notte di follia con un caro amico che è un assiduo lettore come me, di qualsiasi cosa, siamo entrambi onnivori. Quando troviamo delle parti interessanti ce le mandiamo per messaggio e le commentiamo insieme. Una volta alle tre di notte ho riletto i messaggi che ci eravamo mandati quella sera e ho pensato “Cavolo questo sarebbe un testo assurdo”! Poi così ho provato a mettere tutto in musica ed è venuta fuori questa canzone.

Che ti piace leggere di solito?

Non ho particolari generi, leggo di tutto. Più che narrativa mi piace molto la saggistica, per informarmi sul pensiero dei pensatori, tanta roba di filosofia e di esperti di diverse materie. Mi piacciono le analisi di persone che hanno una visione del mondo diversa, dal fisico, al filosofo al poeta o all’esperto di pop, mi interessano le loro chiavi di lettura.

C’è un’iniziativa molto particolare, un crowdfunding al contrario in cui hai chiesto alle persone di aiutarti ad attirare l’attenzione di Tiziano Ferro per una collaborazione, e in cambio sei tu a pagare chi aderisce… come ti è venuta quest’idea?

Dietro a tutta questa storia c’è il concetto di comunicazione, come anche per il disco precedente “Lorem Ipsum”. “Il lupo cattivo” parte dalla comunicazione e arriva alla parola. Mi piaceva l’idea di fare un lancio del disco che prevedesse questo concetto di comunicazione, sfruttando i canali social. Ci siamo inventati proprio un neologismo, rovesciando il crowdfunding e trasformandolo in fundcrowding. Abbiamo provato a coinvolgere col sorriso un artista “impossibile” da raggiungere, che è Tiziano Ferro – che ancora non ci ha fatto sapere nulla [ride] – però era un modo per dimostrare grande stima e rispetto anche se raccontiamo cose diverse e seguiamo mondi musicali differenti. Musicalmente sono molto affezionato a lui e quindi mi sono voluto divertire con questa iniziativa.

Tralasciando il sogno di duettare con Tiziano Ferro, che per ovvi motivi non potevi conoscere da piccolo, da bambino cosa sognavi di diventare?

Che domanda! Mi sa che volevo fare il carrozziere, come papà!

Che musica ascolti negli ultimi tempi, che ti ha influenzato nella scrittura?

Mi sono andato a riprendere tantissimo tutti i lavori di Tricky e poi ho scoperto nell’ultimo anno e mezzo Ghostpoet, per cui mi sono dopato di spoken word su basi elettroniche molto complesse e un modo di portare il racconto in una forma ritmata particolare. Per quanto riguarda la musica italiana, ho sentito molto Giovanni Truppi e mi sono rispolverato Alessandro Fiori, Filippo Gatti…

A proposito, come mai hai voluto omaggiare Tenco?

Quello è nato per caso… l’anno scorso abbiamo fatto una festa di compleanno per Tenco, in cui c’erano diversi artisti e l’idea era che ciascuno portasse una reinterpretazione di un suo brano. In quell’occasione mi sono andato a cercare delle informazioni un po’ più approfondite sul personaggio e ho scoperto quest’intervento che fece al “beat 72” di Roma relativo a “La canzone di protesta”. Visto che avevo scelto “Io sono uno”, che è una canzone in cui lui parla di se stesso in forma poetica, ho pensato sarebbe stato carino alternarla a delle parole sempre sue. Non ho voluto mettere nulla di mio perché quando affronti autori di questo livello è sempre difficile, per cui ho voluto dare un altro punto di vista di Luigi Tenco ma dato da se stesso. Alla fine ne esco pulito! [Ride]

Presenterai il disco al Monk di Roma il 24 novembre, ci sarà poi un live tour in tutta Italia?

Sì, cominciamo da gennaio. Abbiamo un paio di live di rodaggio e tra poco dovrebbero uscire le prime date. Ci sono buone sensazioni, speriamo bene! Sarebbe bello andare a raccontarlo il più possibile in giro.

Sei ormai noto per la tua incredibile capacità di parlare molto velocemente, ti è mai capitato di sbagliare o dimenticare il testo dal vivo?

Assolutamente sì! Una volta ho fatto proprio scena muta. A metà di “A me mi”, un brano del disco vecchio in cui parlo molto veloce dicendo mille parole, a un certo punto mi si è paralizzato il cervello e non sapevo più dove fossi, chi fossi… e non ho potuto far altro che chiedere scusa! [Ride]

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