Dopo otto dischi, un ep e diciotto anni di carriera, i The Zen Circus festeggiano la loro maggiore età con un nuovo grande album di inediti, “La Terza Guerra Mondiale”, in uscita il 23 settembre per La Tempesta Dischi. Noi li abbiamo raggiunti al telefono per farcelo raccontare in anteprima.

“La Terza Guerra Mondiale” è il disco al quale i The Zen Circus hanno dedicato più tempo in studio, lavorando su ogni piccolo dettaglio, dalle melodie ai testi, dagli arrangiamenti ai suoni.

Il risultato è l’album della conferma, il marchio di fabbrica dei The Zen Circus che non si smentiscono mai. Musiche decisamente orecchiabili e frasi senza filtri che vanno dritte al dunque. Per affrontare temi scomodi con tanta facilità ci vuole fegato, o meglio ci vogliono le palle, come forse direbbero loro stessi senza troppi giri di parole.

La missione della band toscana è ancora una volta la sensibilizzazione verso il mondo in cui viviamo. Una combinazione di rabbia, spirito di denuncia e quell’ironia sfacciata che li caratterizza. I The Zen Circus non hanno mai avuto peli sulla lingua e certamente in questo disco non si sono risparmiati.
La melodia incita talvolta ad un ballo scatenato, talvolta a chiudere gli occhi per sprofondare in un’atmosfera più intima; e la potenza dei suoni è combinata con i testi che ronzano nella testa come un grillo parlante, una voce della coscienza che ci obbliga a guardarci allo specchio con occhio critico.

ZEN CIRCUS

Già dal primo ascolto è impossibile non subirne gli effetti: il ritmo coinvolgente ci costringe ad arrivare ingenuamente fino all’ultima traccia, convinti di ascoltare canzoni con un inizio e, soprattutto, una fine. Invece la fine non giunge col silenzio dopo il decimo brano, perché è  proprio a quel punto che la bomba sganciata dagli Zen comincia ad esplodere, quando scatta la riflessione su quelle parole che ancora rimbombano come grida nelle orecchie.

Il nuovo album dei The Zen Circus è un disco che parla e che vuole farci mettere in discussione con apparente leggerezza. Obiettivo raggiunto: non si può che scatenare La terza guerra mondiale nell’animo di un ascoltatore che abbia voglia di cambiare grazie ad un disco che insegna a farlo.

 

ZEN CIRCUS

La splendida copertina racconta, in tutta la sua crudeltà, la provocazione lanciata dal Circo Zen col suo nono disco: rapiti dal bisogno di esistere, che il mondo digitale non sa soddisfare, non sappiamo più accorgerci di quello che ci sta attorno.

”Il filo conduttore dei testi è un’ipotetica (ma non troppo) terza guerra mondiale, da noi invocata provocatoriamente come unico modo per ritornare ad essere davvero complici, per capire chi è amico e chi nemico, per liberarsi da sovrastrutture inutili che ci imbrigliano fino a renderci impotenti. Ma, fino a quando non sarà fisicamente a casa nostra, come ricorda la copertina, la guerra non ci riguarderà, non ci tangerà e continueremo a fare finta di nulla, smarriti nelle nostre idiosincrasie moderne. La comunicazione interpersonale rimane il punto focale attraverso cui si snodano le nostre vite e i luoghi in cui sono abitate; con tutte le contraddizioni, la violenza, e l’ironica crudeltà necessarie alla soddisfazione dell’iperrealismo che perseguiamo. 
Come al solito in tutto questo noi ci mettiamo nel mezzo, peccatori e di certo non risolutori. A ricordarvi che “andrà tutto bene” ci pensano tanti altri (ed è giusto che sia così), ma il Circo Zen non si occupa di questo, noi facciamo cantare i diretti interessati in prima persona: volgari e cattivi a volte, commoventi e (in fondo) umani altre. Come siamo noi, come siamo tutti.”

Abbiamo raggiunto al telefono i The Zen Circus, in una bella e lunga chiacchierata con Karim come portavoce della band, per l’intervista che vi proponiamo qui di seguito…

ZEN CIRCUS

Ciao ragazzi, nella title track La Terza Guerra Mondiale, cantate “Una guerra mondiale ancora, per cominciare una nuova era, per capire chi è il nemico”. Chi è il nemico di questa società odierna, così indifferente a tutto?

“Il senso di quella frase è anche porre una domanda, va a marcare un’abitudine che si sta diffondendo sempre più, cioè l’uso, e talvolta abuso, di social con spiriti da guerrafondai; anche la frase che parla dei “calci in culo” e di “esplosivi” è riferita proprio a quello. Dovremmo perciò chiederci quanta gente, se scoppiasse la terza guerra mondiale, sarebbe contenta di andare a difendere i propri confini”.

La realizzazione di questo album ha richiesto molto tempo e lavoro, partendo da oltre quaranta provini: qual è stato il criterio utilizzato nella scelta dei brani finali?

“Il criterio è lo stesso che abbiamo usato per ogni disco degli Zen. Quando abbiamo dei pezzi nostri, scheletri di canzoni, vince la democrazia. Il pezzo deve convincere tutti e tre, e questo spesso porta anche a rinunce dolorose quando un provino è particolarmente amato da uno ma non altrettanto dagli altri due. Poi però quello che viene fuori rispecchia il gusto totale del gruppo e alla fine i dieci pezzi che rimangono oltre ad essere i più belli sono anche i più significativi dal punto di vista delle liriche e dal punto di vista strumentale e di arrangiamento”.

Cosa vi ha portato alla decisione di arrangiare tutto il disco solo con chitarra, basso, batteria e voci?

“Questa è stata la prima volta che abbiamo deciso di affrontare l’esperienza dello studio di registrazione senza usare tastiere, synth, archi, organi, fiati.Volevamo fare un disco che rappresentasse quello che poi sarà presentato con gli strumenti dal vivo che saranno una chitarra, un basso e una batteria, ci sono poi solamente voci filtrate oppure chitarre elettriche effettate post produzione. Secondo tutti e tre, questi pezzi riflettevano bene anche il concetto di disco rock, prima da pensare, poi da eseguire e da registrare, e poi da riproporre dal vivo nel classico stile rock and roll, che è appunto chitarra, basso e batteria”.

Come gestite la scrittura delle canzoni?

“Normalmente usiamo una procedura che è la solita ormai da anni, sia nella composizione che nella pre-produzione. Andrea arriva in sala prove con dei mix di chitarre, delle canzoni che abbiano già degli appoggi; a volte vengono registrate in forma di provino, che può servire come punto di partenza per iniziare sia l’arrangiamento che la produzione, oppure anche pezzi senza provini portati in sala prove e poi da lì si costruisce la canzone insieme. Per i testi vale la stessa cosa, porta il testo Andrea, noi altri lo esaminiamo attentamente, e molto spesso non ci sono grandi correzioni, anzi quasi mai. Poi cominciamo a fare un lavoro di scrematura sui pezzi e successivamente si passa al punto focale che è quello della sala prove in cui nasce davvero la canzone e si capisce poi la forma che prenderà in futuro”.

“Negri marocchini rumeni e musulmani, lesbiche froci e tutti gli altri subumani”, così dice il brano Zingara (Il cattivista). Dunque nella società ancora prevale l’idea del “subumano”o ci si sta evolvendo verso una tolleranza al “diverso”?

“Il testo di Zingara non è un testo scritto da noi. Praticamente è “il primo pezzo scritto dagli italiani”, perché le sue liriche, se così possono essere chiamate, sono la summa di una ricerca fatta on line, nemmeno troppo certosina, tra i commenti su YouTube e siti di informazione. Quindi il 90%, a parte la riflessione finale, sono esternazioni fatte da italiani qualunque messe in musica. Quindi questo processo di disumanizzazione e di mancanza di empatia forse non nasce ora. Prima c’erano solamente le tipiche frasi da bar, ora ti vedi spiattellare tutto in faccia, tra i commenti sotto a un video o su un sito, e chiaramente la potenza di fuoco è leggermente diversa rispetto a quando queste cose qua non potevamo vederle davanti a uno schermo. Certo, dare anche l’ADSL a tutti secondo me è una cosa abbastanza assurda perché questa cosa viene coniugata con l’uso spesso amorale della tastiera davanti ai commenti e dà la possibilità a chiunque, nascondendosi dietro alla libertà di espressione, di raggiungere queste vette dialettiche”.

“Ilenia” è il primo singolo che ha anticipato l’uscita dell’album: chi è Ilenia e cosa rappresenta?

“Ilenia è una ragazza di vent’anni, adolescente di oggi, che rappresenta le incertezze, i dubbi e le paure che possono avere i ragazzi nel 2016, ma diventa anche il perno per dare un giudizio sui rapporti interpersonali e su come le persone soprattutto giovani si interfaccino con la società odierna. L’importanza della dicotomia antitetica della piazza vuota e della piazza piena è in parte la risposta alle domande e alle incertezze che ha questa ragazza, un’adolescente come ce ne possono essere milioni in Italia e in tutto il mondo”.

L’altra canzone che ha anticipato il disco è intitolata “L’anima non conta”: cos’è invece che conta?

“Dare una risposta corale come gruppo è un po’ difficile, ma posso dire quello che conta come insieme, che però chiaramente scevra dal tema privato, che in realtà è quello che riguarda “L’anima non conta”, abbastanza intimo per essere un pezzo nostro. Quello che conta per noi come gruppo è andare avanti e cercare con i dischi di raccontare quello che vediamo senza usare altarini o puntare il dito contro gli altri, e cercare di dare una visione il meno filtrata possibile, privata di strutture concettuali poco dirette della nostra idea del mondo”.

Il 28 ottobre partirà da Bologna il vostro tour che toccherà diverse città italiane. Cosa bisogna aspettarsi di vedere sul palco?

“Sul palco porteremo il classico concerto Zen, un concerto di quasi due ore, nel quale verranno fatti sia pezzi del disco nuovo sia pezzi dei dischi vecchi, e come sempre sarà una festa collettiva. I nostri concerti sono come delle grandi feste di compleanno, in cui ogni persona che viene è il festeggiato. Anche le tematiche e i testi, che molto spesso nei dischi degli Zen sono abbastanza ciniche e scure, assumono una forza diversa: ai nostri live si vede gente che si diverte, che balla, che canta, che fa casino, non sono concerti tristi, sono l’esatto contrario, e vogliamo continuare a fare così, come facciamo da anni nel modo migliore, divertendoci e riuscendo a divertire anche gli altri”.

Uno dei vostri album di maggior successo è “Andate tutti affanculo”: chi o cosa mandereste oggi affanculo?

“Secondo me forse è troppo facile mandare affanculo determinate persone o determinati contesti. Bisognerebbe mandare affanculo la nostra incapacità, compresa la mia, di riuscire ad avere una visione diversa del mondo che stiamo vivendo. Il grosso problema di questi anni non è tanto il governo, non tanto la politica o la crisi, è il fatto che tutto questo succede perché viene permesso e quindi significa che in fondo il popolo italiano se lo fa andare bene. Non è certo una risposta che inneggia alla rivolta, alla rivoluzione, in cui non credo nemmeno sinceramente, il punto è proprio non riuscire a cambiare noi stessi in rapporto alla società. Non riusciamo a cambiare i nostri difetti, stiamo bene così, e non facciamo niente nemmeno per cambiare l’Italia, se non nel nostro piccolo quando ci torna comodo”.

Tracklist:

01 La terza guerra mondiale
02 Ilenia
03 Non voglio ballare
04 Pisa merda
05 L’anima non conta
06 Zingara (Il cattivista)
07 Niente di spirituale
08 San Salvario
09 Terrorista
10 Andrà tutto bene

 

#FollowtheNoise…


Questo sito fa uso di cookie che possono Contenere informazioni di tracciamento sui visitatori in modo da migliorare l'esperienza di navigazione. Continuando a navigare su questo sito accetti il nostro utilizzo dei cookie.