Il 9 Novembre del 1989 cadeva il primo mattone di uno di quei tanti muri che divide i popoli. Pochi mesi dopo, nello stesso luogo, all’ombra del Reichstag, arriva Roger Waters ad innalzarne un altro. Ma è un muro di polistirolo, fatto di musica, di emozioni, di vissuto della gente comune in una europa finalmente riunificata. Era il 21 Luglio del 1990 e ancora oggi, a distanza di 26 anni, il ricordo di quel secondo muro resta indelebile nella memoria di chi lo ha vissuto, forse quasi quanto quello precedente innalzato ma fatto di mattoni e morte.

The Wall

Un tratto del muro di Berlino ancora oggi in piedi. Ph. Adila Salah

 

Il 21 Luglio del 1990 in una surreale Potsdamer Platz si radunavano 350.000 persone per assistere all’evento che sarebbe rimasto nella storia. “The Wall Live in Berlin” di Roger Waters, a poco più di sei mesi dalla caduta del muro, segnava in musica un passaggio fondamentale per la storia della Germania, dell’ Europa e del mondo intero.

L’ex bassista dei Pink Floyd aveva precedentemente rilasciato un’intervista nella quale dichiarava che non avrebbe suonato quell’album dal vivo fino a quando il Berliner Mauer fosse rimasto in piedi, ma di lì a poco avvenne finalmente la svolta. Una svolta epica che segnava il dissolversi di quella cortina di ferro calata sull’intero continente, e non solo, al tramonto della seconda guerra mondiale con la costruzione del muro che divideva la Berlino Est del blocco sovietico dal resto del mondo moderno e che sanciva l’inizio della guerra fredda, mai combattuta sul campo ma con un’eco risuonata quarant’anni.

Un muro, questa volta di polistirolo, veniva innalzato nella Berlino da poco riunificata, per poi essere abbattuto ancora una volta quella stessa sera a suon di musica, con alle spalle il buio e la stanchezza nel cuore dopo decenni di divisioni, ma finalmente alla luce di una nuova speranza. Un evento unico al mondo che radunava alcuni grandi nomi della storia della musica, artisti che hanno visto con i loro occhi o sfiorato per poco, lo scempio della guerra, che fosse combattuta o meno. A partire dallo stesso Waters che nasceva senza neanche poter conoscere il padre sbarcato ad Anzio, dove aveva subito trovato la morte, un numero in più tra tutti quanti ci avevano rimesso la pelle per ristabilire un mondo migliore.

Roger Waters metteva in scena il suo spettacolo affiancato, tra gli altri, da Bryan Adams, Ute Lemper e Sinead O’Connor. Memorabile l’interpretazione di “Mother” in uno show storico che oltre ad un concerto voleva essere soprattutto un messaggio.

“Mother should I build the wall?
Mother should I run for president?
Mother should I trust the government?
Mother will they put me in the firing line?
Mother am I really dying?”

In Italia il mega concerto andò in onda su Canale 5 introdotto da Red Ronnie, che raccontava in diretta dal luogo quanto avveniva sul palco di Potsdamer Platz. Oggi lo abbiamo raggiunto al telefono e ci ha raccontato, a distanza di 26 anni, le sue emozioni di quella sera:

“Io fui mandato lì e ci restai 3 giorni insieme ad un cameraman tedesco completamente pazzo, con tanta voglia di lavorare. E io, avendo voglia di lavorare quanto lui, ho girato un sacco di roba che ho digitalizzato proprio in questi giorni. Il muro era caduto da poco ma c’era ancora una netta separazione tra est ed ovest. Una sera siamo andati ad est ed era strano passare attraverso il muro: mentre a Berlino ovest c’erano tantissime luci e macchine lussuose, a Berlino est i locali erano stile anni ’30 -’40. Noi eravamo nel centro di Berlino est e mi dissero “Vedi quelle 6 librerie? Sono state acquistate e diventeranno delle hamburgerie”…era lo sfacelo della cultura!

Lo spettacolo di Waters fu incredibile. Io dovevo fare la cronaca per l’Italia e quando intervistai Jerry Hall mi riconobbe e mi disse “Tu sei quello che ha intervistato mio marito su un letto,  quel video Mick lo mostra a tutti”.

C’era una strana energia in giro perché il terreno in cui si teneva questo concerto era terra di nessuno, un luogo in cui fino a poco tempo prima sparavano alla gente, quindi vedere la musica in questo luogo con un’opera pazzesca come The Wall di Waters, che era la mente dei Pink Floyd, era incredibile. C’erano sul palco questi enormi mattoni di polistirolo bianco, e l’effetto del muro che cadeva fu indescrivibile, non mi rendevo nemmeno conto perché ero talmente sbattuto che quando vivi queste cose non lo realizzi subito, te ne rendi conto dopo. Come per gli anni 60: alla luce di oggi possiamo dire guardando indietro che era un grande periodo, ma lì li vivevi e basta.

Di quella sera a Berlino ricordo che quando all’inizio lanciarono il paracadute, uno di questi si impigliò su una rete davanti a dove facevo i collegamenti io e mi arrampicai per prenderlo mentre ci fu un black out e la diretta si interruppe. Rimasi impigliato anche io in quella rete. Intervistai Waters che parlò di questo pensiero sul muro che lui aveva già dentro da molto tempo. Era qualcosa di comune in quel periodo storico, come per un’altra opera rock che era Tommy dei The Who: il trauma, i figli della guerra, questo era quello che li rendeva tutti uniti.”

Muro

The Wall è un messaggio che, alla luce di quanto sta accadendo in questo periodo storico, risuona ancora molto attuale. Non credo serva essere esperti di geopolitica per guardare con occhio profetico a quanto sta accadendo oggi nelle nostre strade. Fino a poco tempo fa si parlava di luoghi lontani e le bombe su Baghdad nemmeno ci sfioravano, o i muri che restano ancora alti come quello costruito in Israele, addirittura li ignoriamo. Ma oggi, grazie alla tecnologia sembra tutto più vicino, così vicino che il terrore ce lo siamo attirati anche in casa nostra. Ma casa di chi poi? Con quei confini definiti da persone come noi come se i paesi fossero dei pezzi di un puzzle o gli uomini delle pedine da spostare a piacimento.

La storia non dovrebbe essere solo studiata, andrebbe forse interpretata per poter gestire il presente in un modo diverso, stando attenti a come ce la raccontiamo, rileggendo i “cervelli in fuga” dei nostri padri dall’Italia su una nave verso il mito americano, mentre allo stesso tempo respingiamo oggi l’idea della povera gente che allo stesso modo rischia la vita in mare su un gommone per “garantire un futuro incerto” ai proprio figli. E ancora di più dovremmo stare attenti a tirar su quei falsi miti che si presentano come paladini della democrazia e dell’uguaglianza. Gli stessi architetti dell’ordine che nel secolo scorso hanno riempito più che abbastanza le pagine dei libri di storia, ma che ben presto hanno lasciato posto alla mera illusione e poi al terrore, con tutti i muri materiali e non che si sono innalzati alle spalle.

Muro

La barriera di separazione israeliana lunga 730 km. Ph Adila Salah

 

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